Il prete portiere che ha scelto di giocare in difesa della vita

Il prete portiere che ha scelto di giocare in difesa della vita

Dicono di noi
2011-02-25 18:26:20

Da ragazzo, quando giocava al calcio al suo paese, più per strada che su campi veri, gli piaceva giocare in porta. Don Chino sapeva bene che in quel ruolo sono più le incomprensioni che le gratitudini. Quando la squadra vince, è merito di chi segna; la sconfitta ha sempre un colpevole sicuro, il portiere. Non importa: a lui piaceva parare, tuffarsi (quando giocava sull’erba), tentare uscite disperate pur di salvare la partita.
Da ragazzo, quando giocava al calcio al suo paese, più per strada che su
campi veri, gli piaceva giocare in porta. Don Chino sapeva bene che in quel
ruolo sono più le incomprensioni che le gratitudini. Quando la squadra vince, è
merito di chi segna; la sconfitta ha sempre un colpevole sicuro, il portiere.
Non importa: a lui piaceva parare, tuffarsi (quando giocava sull’erba), tentare
uscite disperate pur di salvare la partita.

Mi piace immaginare Chino come un deltaplano che si distende verso questo o
quell’angolo di porte approssimative, questo o quel palo. Sarebbe entrato in
seminario, a Venegono, dopo aver contribuito la sua parte a tirar avanti la
famiglia. C’era già lì, in quella filigrana, il percorso del giovane,
dell’uomo, del prete. Di più: il prete dei disperati, polso e lacrime, mano
ferma e tenerezze. Ogni caso irrisolto, un gol sentito come irrimediabile; ogni
ragazzo morto, lungo le strade dove la morte si apposta travestita da piacere,
una sconfitta senza più possibilità di rivincita.

Il “don” ha deciso di fare il portiere, anzi, come succedeva nei paesi,
quando non c’era il numero per fare la squadra, si è improvvisato terzino,
mediano, centrocampista e ala. Ha fatto e continua a fare di tutto, a giocare
mille partite, presidiando però sempre la porta per respingere ogni attacco dei
nemici, quelli che sono contro la vita, i traditori che avvelenano i giovani. E
per salvarne il più possibile, ha deciso un passo ancora più coraggioso di
quando si sfiancava da una porta all’altra, a tutto campo: don Chino ha
nascosto la carta d’identità ed ha buttato via l’orologio. Starà in porta fino
a quando le forze terranno, con lo slancio di un esordiente, per salvare il
maggior numero di ragazzi nella partita vera della vita contro la droga, che ha
maschere mutevoli ed è un killer senza pietà.

La battaglia di questo prete in difesa della vita è lunga trent’anni ed è
partita proprio dalla sua terra, da Castione per estendersi
alla Lombardia, arrivando fino in Sardegna. Don Chino mi ha confessato
nell’intervista densa che forma il suo nuovo libro “Cime di libertà” – con la
Presolana come naturale sfondo – i suoi giorni e soprattutto le sue notti,
popolate di volti, di domande d’aiuto, di volontà di non lasciare alcunché
d’intentato.

La notte del pioniere, figlio di un “coertì” della Valseriana, è illuminata
da molte stelle. E lui, sempre alla porta, alza a Dio la stessa preghiera:
“Lasciami molti desideri. Fa’ che anche nell’ultimo respiro abbia un oceano di
desideri insoddisfatti. Così saprò di aver vissuto”. Quando, una volta
all’anno, indossa la maglia nr. 1 e fa l’ingresso in campo, i suoi cinquecento
giovani che giocano la partita della vita gli intonano il grazie per averli
fatti sentire titolari e mai riserve.

Ma i portieri come don Chino calzano le scarpe con i tacchetti?

Giuseppe Zois

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