Gestire i conflitti

Gestire i conflitti

Un conflitto, in sé stesso, è qualcosa che fa soffrire, produce crisi e tensione, mette in
difficoltà e in discussione. È dunque il modo in cui lo viviamo e ciò che ne facciamo che
può portare a qualcosa di buono e produttivo. Se ci alleniamo ad affrontare scontri e
confronti anche aspri, avremo sicuramente un’arma in più per risolvere le tante situazioni,
importanti e non, che la vita ci presenta. Spesso abbiamo molta paura di affrontare i
conflitti e facciamo di tutto per evitarli. Insomma, rifiutiamo i conflitti, le incomprensioni
perché ci fanno sentire a disagio e poi finiamo per sbottare con affermazioni imprudenti.

Sappiamo che questi comportamenti sono inefficaci ma spesso, nel tempo, ci siamo
inconsciamente trovati delle giustificazioni. Ci siamo creati, di caso in caso, l’immagine del
buono che non contraddice nessuno, quella della vittima che subisce le scelte degli altri,
quella del pacifico che non discute per il quieto vivere, quella della persona gentile che
non vuole sentirsi in colpa e via dicendo.


Si tratta di un’immagine perdente di noi stessi, che tra l’altro denuncia una scarsa abilità di
prevedere i danni che da tale immagine possono arrivare. Se scendiamo a compromessi
sempre, coloro che hanno a che fare con noi non possono conoscere i nostri reali pensieri
ed emozioni. Il rapporto, quindi, è falsato in entrambe le direzioni e gli altri possono
facilmente passare per vessatori o approfittatori, anche se non hanno alcuna intenzione di
esserlo. Se rinunciamo al confronto-conflitto per una falsa prudenza dobbiamo tenere ben
presenti le conseguenze, così come dobbiamo conoscere le motivazioni del nostro rifiuto.

Ci possiamo comportare in molti modi. Per esempio possiamo trattenerci dal partecipare a
uno scontro, con la conseguenza di esplodere poi a sproposito. Siamo contrariati ma non
lo diciamo, forse aspettandoci che sia l’altro a intuire il nostro stato d’animo e poi,
periodicamente, scoppiamo in escandescenze in cui buttiamo fuori tutto, usando toni
eccessivi, parole grosse, magari insulti che ruotano tutti intorno al concetto: “Basta! Non
ce la faccio più a sopportare tutto questo!”. L’interlocutore, ovviamente, casca dalle nuvole
e si sente aggredito.

Oppure ci facciamo martiri e decidiamo di portare la croce. In questo caso soffriamo,
subiamo il conflitto quasi come se fosse una missione, un sacrificio necessario voluto da
Dio. Ne consegue che tutti i conflitti che sarebbero dovuti avvenire in modo sano, avendo
di fronte un interlocutore, si manifestano interiormente, diventano tensioni e traumi psichici
che si trasformano in nevrosi, angoscia, depressione, oppure mali del corpo, come
ipertensione, dermatiti, patologie autoimmuni, coliti, gastriti, cefalea.

Infine alcuni i noi si negano al conflitto sorridendo e poi scomparendo dalla vita dell’altro.
Siamo talmente abituati a mettere una maschera sorridente e compiacente che al nostro
interno accumuliamo frustrazioni e senso di ingiustizia in modo quasi del tutto inconscio,
così che un bel giorno ci ritroviamo a prendere la decisione di svanire, cioè di chiudere
istantaneamente (e senza spiegazioni, spesso anche a noi stessi), tutti i rapporti.

In tutti e tre i casi la qualità della vita e delle relazioni non può che andare alla deriva. Ma
non è mai troppo tardi per imparare a gestire i conflitti e a confrontarci, anche duramente.
“Il conflitto è il padre di tutte le cose” diceva il filosofo greco Eraclito, in uno dei suoi
frammenti più conosciuti. Nel testo originale la parola chiave è “polemos”, che vuol dire
combattimento, guerra, lotta, mischia, ma la traduzione più adatta al pensiero dell’antico
saggio è proprio conflitto. Eraclito aveva compreso, riflettendo sulle leggi della vita e della
natura, che la contrapposizione dinamica tra due o più elementi costituisce lo schema
fondamentale affinché l’universo, la vita e le creature possano trasformarsi e continuare a
esistere e a divenire. Insomma, la persona prudente non offende, non si scaraventa
violentemente verso l’altro, ma mette in atto “buoni conflitti”.

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