QUEL PICCOLO MONDO DI IERI : Furti e scommesse

QUEL PICCOLO MONDO DI IERI : Furti e scommesse

L’opinione di Don Chino
2019-05-02 17:43:20

“I ricordi che ci riportano nel passato hanno qualcosa
da suggerirci, da insegnarci. Conservano esperienze, desideri raggiunti, ideali
che solo il futuro ha potuto accertare. Nel mio piccolo mondo di ieri, povero
di cose e ricco d’umano, ho conosciuto persone, vissuto fatti che hanno
lasciato in me il desiderio di correre verso il futuro con in mano la fiaccola
accesa.”
Don Chino
Pezzoli

Furti e
scommesse  
 

I cartoncini che
trovavamo in chiesa per prepararci alla confessione portavano una domanda: “Hai
osservato il settimo comandamento?”. Il settimo, dei dieci comandamenti,
ordinava di non rubare. Per i bottegai e ambulanti, le bilance e stadere erano
redditizie, non si facevano scrupolo di truccarle. Ricordo un salumiere che
possedeva una lucente bilancia con i piatti d’ottone in perfetto bilico, pesava
la mortadella e il taleggio buttandoli sul piatto con una carta appesantita nel
retro da una fetta di lardo appiccicata.
 

Rubava al cliente dieci grammi di mortadella
ogni pesata. Imperterrito poi consegnava al cliente la merce infilando la fetta
di lardo nella tasca del grembiule. Quando fu scoperto, il parroco (allora non
c’era la privacy), fece un sermone sul settimo comandamento che veniva da
certuni violato in diversi modi:  uno
modo era quello del salumiere. Il parroco 
non pronunciava il nome, ma tutti lo conoscevano.
 

Se poi si trattava di
pesare sacchi di frumento, ceste di legna, di carbone sulla stadera, non
mancavano i trucchi.  Si maggiorava la tara
del recipiente, distraendo il cliente momentaneamente, mettendo un piede sul
piano della stadera per aumentare il peso. Si rubavano polli, galline, conigli
allevati nei sottoscala delle abitazioni. Il furto, di solito notturno,
avveniva al lune di lampada a petrolio e con un mozzicone di candela. La
refurtiva veniva messa in sacchi di juta con qualche foro.
 

I carabinieri al
mattino perlustravano il vicinato per trovare il  corpo del reato, difficilmente le indagini
portavano ai ladruncoli, esperti nel far sparire gli animali in qualche
casolare sperduto tra i boschi  o nelle
campagne. Il furto veniva messo a conoscenza del parroco che, i giorni seguenti
condannava all’inferno i rei.

Si rubava, il più delle
volte, per necessità e il parroco lo sapeva e quindi terminava la sua omelia
con la raccomandazione di aiutare le famiglie bisognose.
 

Per cupidigia si
rubavano i soldi nel gioco delle carte, dei dadi, delle scommesse. Il mazzo di
carte taroccate i giocatori incalliti lo portavano sempre con sé per sostituirlo
con quello dell’oste. Ogni partita vinta poteva rendere: cinque, dieci lire. I
dadi costituivano il gioco d’azzardo di quei tempi. La strada, i vicoli semibui
erano gli ambienti dei giocatori che in una sera si giocavano tutto lo
stipendio. Le mogli spesso rimanevano senza il necessario per sfamare, vestire
i bambini per questo viziaccio, quasi sempre associato alla sbronza. I più
ingenui e tonti ci facevano le spese.
 

Un modo più preferito
per fare soldi era quello delle scommesse. Si scommetteva su ogni cosa pur di
racimolare soldi. Gli scommettitori avevano la loro fissa dimora nelle osterie,
dove ogni argomento era utile per scommettere. Diceva un tale: “Scommettiamo
che è una donna la prima che passa davanti a noi?”. Rispondeva l’altro: “No, è
un uomo”. Mettevano quindi sul tavolo cinque lire ciascuno in attesa del
vincitore. Qualcuno di questi sfaccendati, scommettevano persino sui  “chicchirichì”  del gallo al mattino, sul numero dei tocchi della
campana a mezzogiorno, sul peso netto di qualcuno che frequentava lo stessa
osteria.
 

Le scommesse in
passato favorivano i vincitore e danneggiavano i perdenti. Le mogli quando
rientrava in casa il marito semibrillo e con la testa bassa, frugavano nelle
sue tasche per verificare se, quei pochi soldi, erano finiti nella tasche dei
frequentatori dell’osteria. Di fronte 
alle tasche  vuote il marito
inventava storie inverosimili, ma la moglie con uno spintone dopo l’altro lo buttava
sul letto con qualche parolaccia che non oso scrivere.
 

I soldi allora erano
pochi, non sufficienti nemmeno per sfamare la nidiata di figli, lasciarli
all’oste o nelle tasche di qualche avventore, significava privare la famiglia
del necessario. Insomma, commettere un peccato grave: far mancare il pane ai
propri figli:  rubare gridava il parroco
dal pulpito. E quando questi bevitori e scommettitori si recavano al
confessionale, il parroco riservava loro una penitenza particolare: non
frequentare le cattive compagnie. Una penitenza che durava poco tempo, quello
necessario per uscire dalla chiesa e rintanarsi nell’osteria.

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