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QUEL PICCOLO MONDO DI IERI : le benedizioni del parroco

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“I ricordi che ci riportano nel passato hanno qualcosa da suggerirci, da insegnarci. Conservano esperienze, desideri raggiunti, ideali che solo il futuro ha potuto accertare. Nel mio piccolo mondo di ieri, povero di cose e ricco d’umano, ho conosciuto persone, vissuto fatti che hanno lasciato in me il desiderio di correre verso il futuro con in mano la fiaccola accesa.” Don Chino Pezzoli

Le benedizioni del parroco  

Negli anni ‘40, ’50, la benedizione era il toccasana di tutti i mali. Scacciava le formiche dal lavandino, risanava le ferite, allontanava il malocchio, garantiva la fecondità della stalla, faceva star bene gli ammalati e riposare in pace i morti. Il parroco don Giovanni di un paesino ficcato sul pendio delle colline bergamasche, aveva il dono delle benedizioni. Le mamme, gli portavano i bambini influenzati da benedire, le donne i mariti in crisi da spruzzare con l’acqua santa, le vedove spesso gli chiedevano una sua benedizione speciale per trovare un uomo o “per tirare grandi i figli”, le zitelle (erano molte), imploravano la grazia di un uomo anche vedovo con prole. 

Il parroco rimaneva con l’aspersorio sempre in azione, e congedava i suoi fedeli con un “pater ave e gloria” da recitare ogni giorno. Un santo prete, si andava dicendo, le sue benedizioni facevano miracoli. La fama del parroco si diffuse nei paesi vicini e con la fama iniziò il pellegrinaggio. Le benedizioni erano gratuite, ma la buona gente d’allora voleva lasciare al prete un segno di riconoscimento o meglio un dono perché la benedizione ottenesse l’effetto desiderato. Consegnava quindi alla perpetua Pierina: sei uova, un pezzo di burro, di formaggio, un salame, una gallina già spennata.

La giornata del parroco iniziava la mattina alle sette per finire la sera verso le otto. Nemmeno il Padreterno dispensava tante benedizioni! Piccolo, rotondo, zelante, con i bottoni della veste ora mancanti, ora penzolanti nella lunga fila delle asole, con le scarpe tumefatte per il sudore, il prete sospendeva le sue benedizioni solo due giorni prima della festa patronale, San Antonio abate. In quei giorni raccomandava ai suoi fedeli di partecipare ai sacramenti, alla processione. Durante un sermone domenicale, prima della festa, insistette che anche i mariti onorassero il santo patrono con la confessione, comunione e processione. 

Prima della festa patronale il parroco benediceva le stalle le stalle. Una donna dopo che il parroco raccomandò di partecipare alla festa del patrono, gli chiese di recarsi urgentemente nella sua stalla. Il buon prete comprese che si trattava di una benedizione speciale, urgente. S’informò quindi che cosa non andava nella stalla. La donna assicurò che i vitelli erano sani e che le mucche facevano il latte. Il problema era un altro, il toro che non fecondava le mucche. Il Parroco, dopo uno sbuffo asperse il toro e mentre usciva dalla stalla consigliò la donna di dargli da mangiare perché era deperito. 

Capitò che per circa due mesi don Giovanni sospese le benedizioni per altri impegni, la gente si lamentava e qualche donna che considerava le benedizioni del parroco un segno di Dio sulla terra, andava dicendo che erano in arrivo dure prove e disgrazie. Pierina, la perpetua, interpellata dalle amiche, sull’accaduto era solita rispondere: “Io non so niente, proprio niente!”. Ma poi, tra le amiche più intime, si lamentava perché in cantina la scorta delle uova, burro, salame e formaggio diminuiva.

Il motivo di questa sospensione delle benedizioni era dovuto per far capire ai fedeli che le benedizioni dovevano essere chieste con fede e per il bene dell’anima. Il buon parroco rimediava, in parte, alle scorte di salami in cantina con altri impegni non sempre pastorali. Faceva il paciere nelle famiglie, il consigliere di testamenti, il mediatore gratuito nelle compravendite. Ogni lunedì andava a sollecitare negli uffici pubblici, il disbrigo delle pratiche dei parrocchiani analfabeti. Faceva molta carità, la sua parrocchia era aperta a tutti i mendicanti locali o di passaggio. 

Il momento di gloria per il parroco era la festa di san Antonio in cui sostava in chiesa dalle prime ore del mattino fino a sera In una mano teneva la reliquia del santo e nell’atra l’aspersorio con accanto il chierichetto con il secchiello dell’acqua santa. Spruzzava acqua benedetta sulle teste di tutti e faceva baciare la reliquia. Pregava, benediva, richiamava qualche bambino che per ricevere più benedizioni s’ intrufolava tra i devoti. La messa solenne nel giorno del santo e la predica erano preparate con cura. I suoi consigli erano pochi ma saggi: ricordava sempre che la confessione e la comunione erano più importanti delle sue benedizioni e che in Paradiso c’erano molti posti vuoti, mente all’Inferno tutti i posti erano occupati, raccomandava la concordia nelle famiglie e la carità ai più poveri. 

Ripeteva tutti gli anni alla sua gente che “la carità onesta, esce dalla porta e entra dalla finestra”. La perpetua Pierina nelle prime panche, scrollava il capo in segno di dissenso. Non tutti, secondo lei, erano veri poveri quelli che riempivano in parrocchia la borsa. Ma il parroco non si lasciava influenzare da Pierina, convinto che nulla è più pericoloso di un’idea, quando è l’unica che si ha. Lei ne aveva una soprattutto, pensava che i poveri non c’erano e che tutti quelli che bussavano alla porta della canonica fossero finti. Il parroco si limitava a ripeterle che la carità fa bene a chi la fa…