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La Pasqua per chi non crede

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pasqua - resurrezione

La Pasqua per chi non crede 

Mi faccio sempre una domanda: per chi non crede, la Pasqua ha un significato?  Il Natale, si sa, è motivo di vita, di gioia, è una vampata d’umano di cui abbiamo sempre bisogno. La Pasqua no, la Pasqua rappresenta per il non credente un’occasione per qualche giorno di relax, di turismo. Eppure la Pasqua è una vicenda importante che ci tocca tutti, credenti e non credenti. Pone l’interrogativo della sofferenza, della morte e del dopo, soprattutto per coloro che sperimentano in sé debolezza e fragilità umana, cioè la maggioranza degli uomini e delle donne di questo mondo.  

Mi permetto di mettere in questa lista, in attesa di risposta, gli ammalati, gli anziani, tutti quelli che soffrono nella mente e nello spirito. Vorrei che la Pasqua portasse un grido d’ottimismo nelle stanze degli ospedali, nei ricoveri per anziani, nelle famiglie segnate dall’abbandono, dalle difficoltà economiche. Non posso escludere tra questi aspiranti ad avere una risposta al loro dolore: i tunisini, i libici e tutti quelli che portano in volto tratti di paura e solitudine. Premetto che per i non credenti la risposta pasquale alla sofferenza non va oltre, non prospetta un vantaggio che sta in un’altra vita, quella eterna. No, riguarda questa vita e la qualità della stessa. 

La sofferenza, infatti, come condizione umana, sensibilizza, dà alla propria mente e cuore la forza di saper amare. Le persone che si lasciano “educare” dal dolore sanno essere attente, disponibili, premurose verso gli altri. Credenti o non credenti, compiono ogni giorno la loro piccola pasqua: amano, vogliono che questa umanità esca dal sepolcro della mediocrità, del nichilismo e possa apprezzare la vita di tutti. Sì, perché è il valore della vita ad essere in crisi, è questa esistenza terrena che subisce umiliazioni espropri, svalutazioni. Vali solo se sei bello, forte e in salute; conti se hai una posizione politica, economica e sociale. Il debole perché vecchio o povero, handicappato o ammalato, carcerato o drogato non vale, viene eliminato, emarginato. 

La Pasqua dice alla persona sofferente che vale, che c’è nella storia e, la sua presenza, è un forte richiamo all’amore, alla generosità per chi le sta accanto. Il cardinale Carlo Maria Martini parla delle sofferenze personali o collettive che gravano sull’umanità, causate dalla cecità della natura o dalla cattiveria o negligenza degli uomini. Ma chi produce tanta sofferenza? Chi “crucifige” l’uomo per le vie del mondo? Solo l’uomo che sperimenta in sé il giogo della sofferenza, non la butta sugli altri. Se la Pasqua potesse suggerire ai non credenti il senso e il valore della sofferenza, forse ci sarebbe nelle famiglie, nella società meno disperazione, cinismo. 

Non solo. La Pasqua viene ogni anno puntuale come una “livella” per coloro che riservano al personaggio splendore, successo, eternità terrena. Un calvario c’è per tutti anche se meno cruento. Il giorno in cui grideremo nella solitudine “tutto è compiuto” arriva anche per i personaggi di questo mondo. Il venerdì santo potrebbe essere un’occasione per lasciarsi “piallare”, rovesciare dai “troni” o imperi economici. Per i non credenti, del resto, la storia di Cristo e la loro piccola storia finisce in quel sepolcro, il venerdì della morte. Proprio perché tutto finisce nella “terra fredda”, sarà utile non far seppellire un’immagine, un personaggio, ma una persona che ha lasciato tra i suoi, un segno, quello dei sentimenti. E prima di quel momento, possa acquisire una dimensione di normalità e umiltà che permetta alla sua mente di percepire l’esiguità, la debolezza e caducità e aprirsi alla ricerca di qualcosa di grande, d’eterno.