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MORALITA' : La coscienza

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La coscienza c’è 

Se la moralità è ciò che dà forma all’esistenza umana, la coscienza la qualifica. La coscienza è il nucleo più intimo, il santuario, il luogo della verità. La mentalità popolare riconosce alla coscienza dignità. I filosofi l’hanno chiamata “voce della ragione”, “pensiero valutativo”. Il più grande complimento che si possa fare a una persona è di riconoscerla coscienziosa. Siamo persino gelosi di questa qualità dell’anima, tanto che la difendiamo con alcune prese di posizione: “Non permetto che qualcuno si intrometta nella mia coscienza”; “Esigo che si rispetti la mia coscienza”; “Questo la mia coscienza non lo permette”; “La mia coscienza è tranquilla”. Sono affermazioni spontanee, che ci vengono naturali quando dobbiamo prendere decisioni importanti o giustificare i nostri comportamenti. Persino il comico Totò, parla di questo pungolo interiore: “Di notte, quando sono a letto, nel buio della mia camera, sento due occhi che mi fissano, mi scrutano, mi interrogano, sono gli occhi della mia coscienza”.

Gli occhi dell’anima

Totò immagina che la coscienza sia la “vista dell’anima” che scorge dentro di noi le azioni buone o cattive della giornata. La coscienza osserva le diverse situazioni, occasioni, circostanze e sceglie ciò che vale per sé e per gli altri. Trova applicazioni in ambiti diversi. Nelle relazioni in famiglia, tra amici, nella vita pubblica. Sembrerebbe che ogni persona abbia gli “occhi dell’anima” sempre funzionanti e impeccabili. Le scelte e i comportamenti umani poi smentiscono che questa vista sia tanto limpida. Perché? La risposta, ragazzi e ragazze, è che siamo troppo indulgenti con noi stessi, pronti a “vedere la pagliuzza nell’occhio del fratello, ignorando la trave nel nostro”. La coscienza retta tratteggia i nostri limiti: il guaio è che non siamo disposti ad accettarli. Ciechi? Se fossimo consapevoli di questa cecità, saremmo recuperabili. Non lo siamo!

Il seme del bene

Alla domanda di un giovane: “Perché dovrei avere una coscienza attiva?”. Risposi telegraficamente: “La devi desiderare per crescere, realizzarti insieme gli altri, uscire da una condizione di cecità interiore”.  Di questo sono certo: solo una vita retta, giusta e generosa riserva felicità. Più volte ho scritto che il bene fa bene, ora aggiungo che solo l’amore dato e ricevuto, ci assegna il trofeo della vita. Lo stesso Vangelo ci assicura l’amore eterno di Dio, con quel “Vieni benedetto nel regno che ti ho preparato perché hai amato”. È il trofeo che conta di più, che è consegnato ai “servi buoni e fedeli”, ai “puri di cuore”, a quelli che nel mondo hanno vissuto moralmente. Sono tanti o pochi i giovani che scelgono il bene? Penso che siano tanti quelli che amano ogni giorno e gettano il seme del bene nell’umanità perché germogli, fiorisca e assicuri al futuro un’agognata primavera.

I rischi del soggettivismo

Devo però precisare che il concetto di coscienza è spesso frainteso da voi giovani, che lo chiamate in causa per giustificare e promuovere tutto ciò che fate.   L’affermazione “decido secondo coscienza” esprime la convinzione che l’agire di alcune persone non ammette limiti, in nome di una libertà assoluta. Di qui la necessità di conoscere alcune caratteristiche della coscienza morale che non può esaurire il suo compito nell’affermazione “io penso e agisco a modo mio”, senza confrontarsi con i valori umani comuni e i principi o regole giuridiche, religiose e con quel buon senso che fa appello ai modi comuni di comportamento. La coscienza morale non può ignorare la cultura umanistica e religiosa, che accomuna gruppi, società, nazioni. È interessante e chiarificante ciò che afferma lo scrittore Cesare Pavese, a proposito di coscienza: “L’individuo non ha un ideale morale, perché nella sua assolutezza (eterno presente) non si adegua a una norma, ma è lui stesso norma”. Cioè, l’individuo diviene legislatore per se stesso.

La legge e la coscienza