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QUEL PICCOLO MONDO DI IERI : La dote della sposa

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DOTE

“I ricordi che ci riportano nel passato hanno qualcosa da suggerirci, da insegnarci. Conservano esperienze, desideri raggiunti, ideali che solo il futuro ha potuto accertare. Nel mio piccolo mondo di ieri, povero di cose e ricco d’umano, ho conosciuto persone, vissuto fatti che hanno lasciato in me il desiderio di correre verso il futuro con in mano la fiaccola accesa.” Don Chino Pezzoli

Sin dai primi del novecento la famiglia che voleva dare un marito alla propria figlia, stipulava in forma scritta i "capitoli matrimoniali", per la "sicurezza della dote della sposa, e dei figli che sarebbero nati... Con questo antico atto, risalente al diritto longobardo, la famiglia della sposa concordava e quantificava con il futuro sposo la dote e il corredo personale e per la casa. In alcuni casi la dote era costituita da case, terreni, proprietà, oggetti d’oro e argento, denaro.

Fino al 1945 la dote era un bagaglio indispensabile e obbligatorio per la sposa e un onere da sostenere per la sua famiglia. Non avere la dote per una donna era una vera e propria tragedia, un ostacolo nel trovare un marito. Ovviamente la dote era proporzionata alle possibilità della famiglia della sposa e allo status sociale dello sposo a cui veniva concessa.

Dopo le nozze la dote non diventava di proprietà dello sposo ma era da lui soltanto gestita: alla sua morte la dote veniva restituita alla moglie che da quel momento era libera di disporne. Se invece moriva prima la moglie, senza aver messo al mondo dei figli, il marito era tenuto a restituire la dote alla famiglia della sposa.

In realtà anche il marito era tenuto a dare alla moglie una "controdote" e un mantenimento che dovevano servire alla moglie per far fronte ai suoi bisogni. Prima della celebrazione del matrimonio, la descrizione dettagliata e il valore totale della dote e del corredo matrimoniale erano oggetto di un atto davanti al notaio o a una persona fidata che sapeva leggere e scrivere. Conteneva: la promessa di matrimonio; la costituzione della dote e degli assegni maritali; la rinunzia della donna a pretese ereditarie sui beni della sua famiglia, anche se questa rinuncia parte era facoltativa.

Spesso la persona di fiducia compilava un elenco dove erano riepilogati i beni in tessuti, mobili, oggetti di casa e gioielli assegnati alla sposa. Il corredo di tessuti era composto da una parte per la casa ed una personale. Per la casa: lenzuola, federe, asciugamani, tovaglie, tovaglioli, coperte, cuscini. La parte personale invece contemplava capi di biancheria intima, camicie da notte di seta, gonne, grenbiuli, camicie di tela, mantelle, fazzoletti e via dicendo.

La dote in parte era costituita anche dal denaro, la pecunia, che il padre della sposa consegnava allo sposo all'atto del matrimonio in una unica soluzione o in rate stabilite da altri atti notarili. Altre volte il padre della sposa stipulava un mutuo, cioè un atto di credito, con lo sposo in cui si impegnava a versare il denaro entro un determinato tempo - non oltre i tre anni - e dava in garanzia un bene, descritto in un altro atto, che veniva restituito alla risoluzione del mutuo. Il mutuo dotale era quindi un vero e proprio credito, infatti c'erano gli interessi e, se i termini del pagamento non venivano rispettati, le penalità.

Molto più complessa era la procedura se si trattava di una dote costituita da beni immobili, perché in tal caso si decurtava il patrimonio familiare e ciò era contrario alle modalità patrimoniali del tempo. Se comunque ciò avveniva il bene veniva descritto in modo particolareggiato in un atto, detto docium, dove ci si impegnava di riconsegnarlo alla famiglia di provenienza della donna in caso di suo decesso e se dal matrimonio non erano nati dei figli.

Lo sposo rispondeva alla costituzione della dote con dei donativi propter nuptias di minor valore. Anche in questo caso la sottomissione della donna all’uomo è palese. Certe modalità di vita facevano della donna, in quanto madre e moglie, una persona che apparteneva all’uomo in tutto. Basta pensare che il matrimonio era vincolato alla dote della donna e che poi la dote rimaneva proprietà dell’uomo. Da questo e altro si capisce il detto popolare: “Auguri e figli maschi…”.