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UMILTA' E IMPEGNO

La nostra cultura, sempre più modellata sull’avere e sull’apparire, non riconosce la forza dell’umiltà, ormai declassata e data in custodia a qualche anziano che non ha ancora smesso di apprezzarne il valore. Il pensiero attuale ha estromesso la forza dell’umiltà, ritenuta un limite per emergere, affermarsi. Conta invece l’antagonista dell’umiltà, la superbia, che assicura il successo e la visibilità.

Le generazioni passate avevano scoperto l’umiltà nascosta nella terra, toccandola con le mani, stringendo i mattoni, il legno, gli attrezzi duri del lavoro, il pane. Gli uomini e le donne di allora si scoprivano umili, cioè “terra” e dialogando con essa apprendevano il mestiere del vivere

Semplicità e astuzia 

Cari giovani, siate umili e forti. Amate la bellezza, l’arte, la natura, la spiritualità, la poesia, la letteratura, ma soprattutto il Vangelo. Gesù si presenta nelle scritture “umile e mite di cuore” e ci suggerisce di essere “semplici come le colombe e astuti come i serpenti”, amanti dei piccoli, dei poveri, degli emarginati. Esso affronta con forza i superbi scribi e farisei e li stigmatizza con parole dure: “razza di vipere, sepolcri imbiancati, coppe dorate all’esterno e piene di putridume dentro”. Quanta fortezza in questo uomo venuto a predicare il Regno, la condivisione, la carità!  Quanta bellezza in noi e fuori di noi se ci scopriamo umili, piccoli, ma forti perché abitati da un soffio di eterno! 

Un innesto importante

Non mi si fraintenda, cari amici, non voglio, con questo innesto di Dio nella nostra vita, penalizzare la ricchezza umana che si possiede. La persona è creatura di Dio e porta in sé il suo soffio. Non deve però mai ignorare la forza  e la grazia che vengono da Dio e sorreggono la sua fragilità di creatura. Ma come? Forse Dio sostituisce l’uomo? Dio ha rispetto della sua creatura e mai la sostituisce, solo la eleva, potenzia i suoi talenti, le sue risorse umane. Dio ci chiede solamente un atteggiamento umile, che ci fa desiderare il bisogno di Lui. Ci domanda di sentirci sempre creature. La morte dovrebbe ridimensionare la nostra presunta grandezza, ma la nostra stupida superficialità rimuove questo esproprio 

La morte o livella 

Totò paragona la morte a una “livella”, cioè a una condizione comune di esproprio da tutti e tutto. Interessante la polemica tra il marchese e il netturbino al cimitero. Il contenuto ci sta a dire che la morte ci rende tutti cenere. Il marchese vuole onorabilità e distinzione anche nel cimitero e polemizza con un netturbino che si è messo nella tomba accanto. Pungente la risposta di Gennaro, lo spazzino: “Ma ti credi di essere un dio? Qua dentro nella fossa, cerca di capire, siamo uguali, morto sono io, morto sei tu”. Questa “livella” che ci riserva la morte non fa parte dei nostri pensieri. Pure al cimitero vorremmo distinguerci con la tomba, con l’epitaffio.  L’assurdo è che questa realtà della morte non fa parte dei nostri pensieri: addio umiltà, una fortezza che ci “pialla”.