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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Giuseppe Ungaretti

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Ungaretti è stato uno dei massimi poeti italiani del Novecento. In una delle poesie composte mentre era al fronte durante la Prima guerra mondiale, chiama fratelli i propri nemici: affrontare il tema della fraternità durante un atroce conflitto è un esempio della novità del suo messaggio.
Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, da genitori emigrati dalla Lucchesia. A due anni rimane orfano del padre
(morto per infortunio durante i lavori di scavo del Canale di Suez) e cresce con le risorse della mamma, che aveva un forno per il pane.
Nel 1912 lascia l’Egitto per frequentare l’Università di Parigi, dove studia lettere. Qui incontra grandi maestri tra i quali il filosofo Henri-Louis Bergson, le cui lezioni influenzeranno i temi della sua poesia.

Il mistero: qualcosa che non possiamo capire e afferrare.

“Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene”, scrive il poeta. E aggiunge: “Il punto d’appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima…”. Forse per cominciare a parlare di questo grande poeta non possiamo che partire dal mistero, quel qualcosa che non possiamo capire o afferrare; eppure per la nostra stessa natura di uomini vogliamo sempre indagarlo. Le parole di questo poeta ci avvicinano alla verità ma lasciando aperto uno spazio: una continua, incessante, approssimazione all’assoluto. Tutto è misterioso. Persino un fiore. “Tra un fiore colto e l’altro donato / l’inesprimibile nulla”, scrive il poeta inEterno. 

Speranza segno di un cuore indomito,

In Ungaretti vibrano i grandi interrogativi dell’uomo con una chiarezza e un’urgenza che lo assimilano certamente a Leopardi perché anche di fronte al dolore più insensato, come la morte di un figlio, riuscì a mantenere viva la speranza, segno di un cuore sempre indomito e guerriero. Fu un poeta straordinario, Ungaretti, e la sua influenza sulle generazioni successive fu profonda.  Ungaretti non fu mai imitatore di se stesso: il suo stile cambiò, sempre seguendo il suo cuore indomito, afferma: “Sono stato un uomo della speranza”. 

Le rovine e le lacrime

Pietra e pianto procedono in una continua comparazione finché non diventano una sola cosa. Le rovine prendono il posto delle lacrime sul volto, pietre scorrono asciutte e terribili sulla pelle. In una lettera a Papini (8 luglio 1916) Ungaretti scrive: “Pensavo: c’è qualcosa di gratuito al mondo, Papini, la vita; c’è una pena che si sconta, vivendo, la morte”. […] – Pensavo: non ci sono più foglie sul monte, né cicale, né grilli; e c’è rimasta la mia morte viva”

Muore a Milano nel 1970.

“Non sono il poeta dell'abbandono alle delizie del sentimento, sono uno abituato a lottare, e devo confessarlo – gli anni vi hanno portato qualche rimedio – sono un violento: sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita. Volontà di vivere nonostante tutto, stringendo i pugni, nonostante il tempo, nonostante la morte” (Giuseppe Ungaretti)