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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' Marianella Garcia Villas

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marianella

Nata a San Salvador, 7 maggio 1944, deceduta a Suchitoto, 14 marzo 1983  è stata una politica e avvocatessa salvadoregna.

Di estrazione borghese, durante gli anni dell'università si schierò al fianco del popolo, spinta da una forte sensibilità sociale nata dall'impatto con la realtà del suo Paese. Laureata in legge e filosofia all'inizio degli anni settanta, iniziò a lavorare con le comunità di base contadine e a condividerne la vita, con l'obiettivo di risvegliare le loro coscienze sui diritti umani fondamentali.

Si sforzava di capire e condividere i veri problemi della sua gente: le donne dei mercati e i lavoratori della terra furono i suoi elettori al Parlamento, all'interno del quale sedette dal 1974 al 1976. Quando si rese conto che le spinte dal basso erano non solo ignorate ma represse, si dedicò al lavoro della Commissione per i Diritti Umani, di cui era presidente e attraverso la quale cercò costantemente di tradurre in fatti il suo profondo impegno a favore di una lotta "non violenta" tesa alla conquista della libertà e della giustizia sociale non solo in Salvador, ma in tutto il Centroamerica.

Dopo il 1980, con l'uccisione del vescovo Óscar Romero, suo sostenitore, e braccata dalla Guardia Nacional, si  riparò in Messico da dove periodicamente rientrava a El Salvador alla ricerca di prove, documenti e nomi da presentare alla Commissione per i diritti umani dell'ONU e ai tribunali nazionali.

Più volte minacciata di morte, si recò in Europa tra il 1981 ed il 1982. Durante un suo viaggio in Italia, nel 1981, partecipando ad una manifestazione nella città di Padova, testimoniò del dramma vissuto dal suo popolo, evidenziando una necessità fondamentale, una risoluta presa di posizione politica nei confronti dei problemi del Sud del mondo.

Sensibilizzava le coscienze e la responsabilità delle donne e degli uomini perché le nazioni non possono vestire i panni di spettatori inconsapevoli della tragedia di un popolo. Ritornò per l'ultima volta a El Salvador nel gennaio del 1983 per raccogliere prove sull'uso delle armi al fosforo bianco e al napalm contro la popolazione civile.

È stata uccisa il 14 marzo 1983 nella zona di Suchitoto, mentre si trasferiva da un villaggio ad un altro sotto la scorta dei suoi amici contadini. Il cadavere, oltre le ferite da arma da fuoco, presentava altre gravi ferite. I militari salvadoregni l'arrestarono, la torturarono, la uccisero e poi la gettarono nel "mucchio" degli altri cadaveri..

 Il 15 marzo uscì il comunicato stampa delle Forze Armate: «Un uomo e una donna, si suppone giornalisti, si trovavano tra i morti quando una pattuglia militare fu attaccata nella zona di La Bermuda, Suchitoto, da un gruppo di terroristi, secondo informazioni ricevute da una pattuglia militare, si stava compiendo un'operazione di rastrellamento e nell'operazione con gli estremisti si causarono 20 perdite, tra cui una donna che portava materiale fotografico”.

Il 16 marzo esce un comunicato delle Forze Armate che sottolinea la pericolosità di Marianella García «si trovavano grandi quantità di documenti sulla terrorista Marianella García. La delinquente sovversiva aveva piani di comunicazione internazionali provenienti dall'estero del paese, diretti a campi terroristi dell'interno». Il suo cadavere fu deposto in una camera ardente e vigilato, in modo tale da proteggerlo e preservarlo dall'intervento della Guardia Nacional, per permettere ai suoi sostenitori un ultimo saluto.

 Qualcuno scrisse: “Romero e Marianella, questi due santi che ricompongono l’identità dei poveri e ridanno loro la nobiltà dei nomi ricevuti al fonte battesimale, questi due restauratori della dignità umana violata, mi sembrano viventi icone che noi dobbiamo contemplare con venerazione – e vorrei dire: venerazione attiva. È questo che siamo chiamati a fare, se non vogliamo perderci in inutili rimpianti o nostalgie o, peggio ancora, rituali celebrativi. Fare memoria, infatti, non vuole dire ricordare, vuol dire vivere profondamente come nostri e attuali gli esempi di fede che cerchiamo di rileggere, sentendoli parte integrante della nostra storia; vuol dire renderci conto, come padre Ernesto Balducci ci spiega dicendo che i santi ci sono dati perché noi non possiamo più vivere come se essi non ci fossero stati. E cioè per offrirci una nuova qualità di vita, per stanarci dalle nostre pigrizie e dai nostri pessimismi, per dirci che, attraverso noi, ma non senza di noi, un altro mondo è possibile”.