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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Rachel Corrie

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RACHEL

Il 16 marzo 2003 Rachel Corrie viene uccisa a ventitre anni nella Striscia di Gaza schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre tentava con altri volontari dell’International Solidarity Movement di impedire la demolizione di case palestinesi.

 Era nata a Olympia (Washington) 1979, uccia a  Rafah (Palestina) 2003

“Nemmeno mille pagine di libri, mille documentari, mille conferenze o mille racconti avrebbero potuto prepararmi a quello che ho visto qui”, scrive Rachel Corrie ai genitori dalla Palestina. E ancora, in una lettera alla madre del febbraio 2003: “Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. … Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. … Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio”.

Rachel partecipa attivamente alle iniziative del Movimento per la Pace e la Giustizia nella sua città. Come membro dell’International Solidarity Movement (ism) chiede il permesso di recarsi in Palestina, durante l’ultimo anno di college, per prendere parte alle azioni di interposizione organizzate dal Movimento. Lascia con alcuni amici gli Stati Uniti il 18 gennaio 2003; giunta a Gaza frequenta un breve corso di addestramento in filosofia e tecniche di resistenza non violenta, quindi si unisce ad altri attivisti e nei due mesi successivi partecipa a diverse azioni: un finto processo al presidente George W. Bush, per crimini contro la popolazione di Gaza; una azione di interposizione a protezione dei pozzi d’acqua del luogo; la manifestazione contro la guerra in Iraq, durante la quale dà fuoco a una bandiera di carta degli Stati Uniti.

Nel corso della sua permanenza nella Striscia di Gaza, oltre al succedersi di spari che colpiscono uomini e donne, vecchi e bambini, case, ospedali, autoambulanze, in modo spesso improvviso e imprevedibile, Rachel documenta la distruzione di venticinque serre; l’opera di smantellamento della strada che porta alla città da parte dei soldati israeliani; la sparatoria contro gli operai che tentano di ricostruire i pozzi dell’acquedotto di Rafah, già distrutti dalle ruspe dei militari.

Il 16 marzo 2003 per circa due ore un gruppo di sette attivisti dell’ISM, tra cui Rachel, cerca di impedire che vengano abbattute alcune abitazioni nella periferia di Rafah, ostacolando il lavoro di due bulldozer che sono scortati da un veicolo da combattimento israeliano. Vengono sparati gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti senza riuscire a scoraggiarli.

Dopo la distruzione della prima casa, la ragazza, munita di megafono e di un giubbetto fluorescente rosso, continua a porsi sulla traiettoria di uno dei due mezzi gridando al manovratore di fermarsi. Il bulldozer, un mastodonte di sessanta tonnellate progettato appositamente dalla Caterpillar per le demolizioni, procede spianando il terreno con la sua gigantesca pala e accumulando terra, detriti e arbusti divelti davanti a sé. Rachel prima si arrampica sulla cima del cumulo e si siede, poi si alza in piedi in modo da porsi al di sopra del livello della pala, mostrandosi chiaramente al manovratore. Improvvisamente il bulldozer si rimette in movimento, Rachel cade, la pala le passa sopra. Secondo i testimoni, dopo averla coperta di terra il bulldozer fa marcia indietro e le passa sopra una seconda volta. «Non può non averla vista», sostengono. Quando gli amici riescono a fermare il bulldozer e a soccorrerla, Rachel è svenuta. Riprenderà conoscenza in ospedale, a Rafah. «Ho la schiena spezzata», dice. E muore.

 Gli israeliani abbattono migliaia di case, violando le convenzioni internazionali, prendendo a motivo la prevenzione dal terrorismo e avendo spesso a motivo lo sgombero di territori per la sicurezza dei coloni o i nuovi insediamenti. Abbattono giardini, orti, frutteti, serre.  Rachel di fronte a tanta ingiustizia commenta: “Penso a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore”. Spiega che vale la pena di dedicarsi a medicare quella violenza: “Voglio andare a ballare e avere dei ragazzi e disegnare fumetti... Ma voglio anche che questo finisca... Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo: questo è il vasto mondo e sto arrivando! Sa che la propria differenza la tiene al riparo, ma immagina che possa finire tanta violenza. Dice anche il motivo della sua presenza : “Il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che anch'io lo sostengo in modo indiretto, in quanto il mio Governo  è in larga misura responsabile”. Il suo è un gesto che vuole espiare la violenza inflitta ai Palestinesi anche dagli Sati Uniti.