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QUELL'11 SETTEMBRE

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11sette

Squillò il telefono, erano le ore 15, mentre a New York le lancette dell’orologio indicavano le ore 9 dell’11 settembre 2001. La voce di una ragazza emozionantissima mi disse: “Hanno attaccato le torri gemelle”. Poi aggiunse: “E’ una strage”. Non compresi subito, ma poi le notizie e le immagini televisive si diffusero. Tre aerei pilotati dai kamikaze avevano colpito le torri gemelle e il Pentagono, uno era precipitato, doveva schiantarsi sulla Casa Bianca.  In tutto il mondo ci fu terrore, pianto sgomento, sdegno.  Migliaia di cittadini innocenti furono uccisi dal fumo, dalle fiamme, dai detriti. Immediatamente la mia mente si raccolse in silenzio, chiedendosi: "Ma perché tanta sofferenza, tanto dolore?". Una domanda antica e avara di risposte. Sta proprio nel dolore il gran dilemma della condizione umana, spesso abbellita di sogni, desideri, attese.

Non riuscivo a guardare quelle terribili e atroci immagini televisive. Non fu possibile comandare alla mia mente di ritirarsi, d’immaginare, d’inventare qualcosa che la distraesse. Si soffermava sui volti dei bambini che quella sera, il giorno dopo, avrebbero atteso invano che la loro mamma o il loro papà ritornasse dal lavoro. Loro non sapevano, che non sarebbero più tornati, perché bruciati, schiacciati sotto le torri del massacro. Mi chiedevo: ci sono parole, gesti, qualcosa di magico per far capire a questi piccoli ciò che era avvenuto? Come dire ad un bambino che la sua mamma che lo teneva in braccio e baciava, non c'era più perché morta assassinata dall'odio? O far comprendere a una bambina che il suo papà pompiere era rimasto ucciso mentre cercava di liberare dalla trappola della morte altri papà? 

Immaginai il volto scavato dalle lacrime di molte mamme che invano avrebbero anche loro atteso il figlio, la figlia, mentre correvano per le strade di New York stringendo tra le mani una foto... La mamma quando perde un figlio, muore con lui… Sì, muore dentro. E ancora, mi raffigurai le mogli, i mariti, rimasti soli che ripetevano dentro di sé, le ultime parole dei loro familiari ascoltati al telefonino dall’aereo omicida, dalle torri divenute trappole di morte. M’immaginai i fidanzati, straziati che ricordavano l'ultimo bacio, l'ultima carezza, quasi per far vivere ancora per un attimo quella persona cara che non c'era più.

Il susseguirsi delle immagini della mia mente si bloccarono. La realtà del dolore mi costrinse a seguire la cronaca, i fatti. Quanto dolore! Un dolore che non è localizzabile in una parte del corpo, ma che fa parte della vita stessa. E' il dolore dell'esserci, dell'esistere in questa storia con gli altri e poi di essere divisi, spaccati dall'odio. Il susseguirsi dei commenti, delle indagini, delle motivazioni che volevano spiegare come fosse stata possibile tanta crudeltà e freddezza, non mi servivano: ero  ucciso dentro in quella parte intima che non avrei mai voluto fosse infranta.

Poi, mentre passavano le ore, il tumulto della mia mente cessò. Mi ripetei più volte che quel “liberaci dal male”, dovevo sempre averlo presente, chiederlo a Dio, poiché non riuscivo ad imporlo alla mia mente. I giornalisti, gli opinionisti, i politici andavano dicendo che il futuro non sarebbe più stato come prima. La strage segnava un mutamento nei rapporti, si apriva un futuro incerto per l’umanità. 

Quella sera, chiesi a Dio di aiutarmi a perdonare. In questi sedici anni trascorsi ho maturato una certezza, che dobbiamo insieme ricostruire quelle torri abbattute dall’odio. C’è anche oggi un futuro incerto, una violenza diffusa legittimata dal potere, dalle armi, dalla smania di essere i più forti. Le torri abbattute si ricostruiscono solo se gli uomini scopriranno che le divisioni sono la loro debolezza, mentre la loro forza è l’intesa che porta alla pace.