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Profughi: l'assuefazione al dolore

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L'abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi accresce la distanza tra chi soffre e noi. Fa pensare che la notizia che duecento morti o dispersi in mare, non finisce neppure più in prima pagina sui giornali, ma scivola in quelle seguenti fra le notizie non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa la commozione era più presente, ci coinvolgeva maggiormente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un'eccezione bensì una regola. E ciò che diventa regola abbassa la soglia della sensibilità.

Ci facciamo il callo

Le tragedie diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, e che quindi non ci si turba più, non desta più emozioni. Questa assuefazione che conduce all'indifferenza è inquietante, accresce l'incolmabile distanza tra chi soffre o muore. Qualcuno afferma che si tratta di una necessaria “difesa” mentale per non lasciarci rodere dal dolore. Può darsi o meglio si sa che la mente si difende dal dolore in modi diversi. In questi casi più che di “difesa mentale”, penso che si tratti di presa di distanza dal dolore, un dolore non nostro.  È giusto quindi parlare d’insensibilità diffusa o peggio di assuefazione al dolore. 

Assorbiamo la notizia

C’è chi pensa che l’insensibilità non nasca dalla livida ostilità verso lo straniero, etnicamente o socialmente diverso. Non sono d’accordo.  La nostra insensibilità non nasce soprattutto dalla ripetizione di quei drammi e dall'inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Siria, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine. Gli psicologi affermano che non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per l'efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l'ordine del mondo né il cuore.

Non ci sconvolgiamo più

Il nostro limite umano consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non ci sconvolge più. La nostra mente seleziona il dolore o meglio ne fa una cernita tra quello che tocca i nostri sentimenti direttamente e quello che si ferma solo alla conoscenza. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per la perdita di un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere, non astrattamente, ma realmente, con la comprensione e compassione che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali. Di qui parte l’educazione dei sentimenti.

La mente non ci basta

La persona che basa le sue relazione unicamente sulla conoscenza dei fatti, facilmente coglie un’umanità astratta e coltiva un amore astratto, ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. I rapporti interpersonali esigono che ognuno si metta nella pelle degli altri, dunque anche in quella di quei naufraghi in fondo al mare. L’assuefazione al dolore mette in crisi la solidarietà, la carità.