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La cultura del sospetto

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sospetto

Noi esseri umani viviamo spesso nel sospetto: sospettiamo innanzitutto di noi stessi, non ci consideriamo quasi mai all’altezza delle sfide quotidiane, non ci sentiamo autentici e veri. Sospettiamo quindi delle altre persone, del loro affetto nei nostri confronti, pensiamo che ci siano ostili, che ci minaccino, e perciò tendiamo a difenderci, a chiuderci, ad isolarci.

 Più in profondità sospettiamo della bontà della vita, temiamo di essere perduti e abbandonati in un universo ostile, temiamo che non sussista alcun Dio, alcun senso, alcuna protezione, e per questo restiamo chiusi a riccio, entro gli stretti confini delle nostre rigidissime difese. Questi tre livelli del sospetto: verso se stessi, verso gli altri, e verso Dio, sono in realtà strettamente correlati, e possiamo attenuarli solo  imparando ogni giorno a fidarci un po’ di più, ad allentare le nostre difese, e ad aprirci al respiro caldo della vita.

Questo lavoro non è affatto facile, e non bastano certo le buone intenzioni o le arringhe morali, dobbiamo invece ammorbidire la sostanza della nostra anima, elaborare con cura i motivi delle nostre rigidità, e lasciare che la nostra umanità sia  aperta e quindi pienamente fiduciosa.  Io credo che oggi questo sospetto/chiusura, questo dire e smentire richieda di passare dal sospetto al rispetto delle persone.

Ricordo al lettore che la calunnia lascia sempre qualcosa: il sospetto verso chi è diretta. Il sospetto resta, pervicace, ostinato, duro a morire. Come un virus mutante si insinua negli ingranaggi della pubblica opinione fino a diventare luogo comune. A farne le spese, come al solito, è  la gente comune, che alla fine non sa più che pesci prendere, a chi credere, a cosa credere. Oltre, naturalmente, al malcapitato di turno che viene "marchiato" a vita. A prescindere, direbbe Totò. I media potrebbero, se usati bene, essere strumenti formidabili per stimolare la conoscenza delle persone

La gran parte dei media purtroppo punta  finora più agli indici di ascolto che a quelli di gradimento, privilegiando il tornaconto economico o politico rispetto alla utilità sociale e alla verità da comunicare, ciò comporta scelte assai discutibili nella offerta culturale, spesso imperniata su ingredienti dai sapori forti ma di scarsa qualità e ricchi di effetti collaterali: notizie tendenziose, informazioni non documentate, interviste avventate.

C’è un detto giornalistico che dice che il cane che morsica una persona non fa notizia, ma la persona che morsica il cane sì. In altre parole, la notizia per trovare lettori o ascoltatori  deve stuzzicare la curiosità. Si capisce allora come i presunti reati trovino pubblicità, spesso a danno di qualcuno.