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Un racconto L’ANGOSCIA PER IL PECCATO

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angoscia

Mi ero inginocchiato in un confessionale, il prete mi guardava attraverso la grata. Mi assolse con una raccomandazione: “Non perda mai l’angoscia del peccato”. Quando fui seduto su una panca della chiesa appoggiato allo schienale volli capire che cosa significasse “angoscia”. Un sentimento chiaro che proviamo diverse volte nella vita, tranne che di fronte al peccato. Quando pecchiamo siamo abilissimi nel rimuovere la colpa o giustificarla in mille modi. Da ragazzo mia madre voleva che ogni sabato mi recassi da don Luigi a confessarmi. Un prete con uno sguardo fulmineo, una voce baritonale e due mani che sembravano due pale a disposizione per la penitenza. Pochi amici si accodavano per accedere al confessionale di don Luigi. Pure io desideravo confessarmi da un altro prete, ma poi le mamme d’allora non esitavano a informarsi da qualche zitellona che sostava in chiesa e sapevano quando e da chi ci eravamo confessati.

Il rischio consisteva di ricevere, al rientro in casa, pure la “cresima”, ossia qualche sostenuto scappellotto e di sentirsi dire che non c’eravamo confessati bene. Don Luigi per mia mamma dava e certificava l’assoluzione. Mai però ricordo di aver avuto l’angoscia dei peccati, piuttosto ebbi tanta paura di fronte all’omone dai capelli argenteo e con la tabacchiera a portata di mano per sniffare l’odoroso tabacco, prima di darti l’impegno a non peccare più. Del resto, prima di presentarsi al “tribunale” di don Luigi nella navata della chiesa s’udivano le voce delle zitellone che mormoravano: “Preparatevi bene, confessarsi male è un sacrilegio”. Quella parola “sacrilegio” veniva ripetuta nelle nostre famiglie dove si parlava più d’inferno che di Paradiso.  Ricordo un compagno di classe minuto e debole che spesso, dopo mezz’ora d’attesa per aspettare il suo turno, perdeva i sensi e s’accasciava sul pavimento. Qualcuno sosteneva che era molto sensibile, preoccupato del male che aveva fatto. Poi si seppe che soffriva d’epilessia.

Niente quindi rimorso, angoscia per i suoi peccati. Nemmeno i nostri papà mi sembravano “angosciati” quando in sagrestia, in occasione delle feste solenni, si mettevano in fila per confessarsi. Parlavano, ridevano e avevano un solo desiderio: sbrigare il tutto in breve tempo, cioè: confessarsi, fare la comunione, ritirare il santino per documentare di aver soddisfatto il precetto, quello di “confessarsi e comunicarsi almeno una volta all’anno”. Nessuna angoscia quindi, ma solo un precetto della chiesa da soddisfare. Uniche accessioni erano le giornate speciali in cui un predicatore scelto, gridava dal pulpito anatemi, richiami alla conversione, e attribuiva tutto il male del mondo ai nostri peccati commessi. Erano giorni in cui si faceva il “bucato” dell’anima. In paese si avvertiva, per qualche giorno, una momentanea santità o meglio uno sforzo comune per essere migliori. Ora tutto è cambiato.