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LA MALATTIA DEL VIVERE

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VIVERE

Non so se si possa chiamare “un mondo adulto spaesato” o meglio un mondo incosciente. La sostanza non cambia, ci troviamo sempre di fronte a “vuoti educativi”, all’amore del niente. Siamo noi adulti che ci dobbiamo mettere in discussione, sotto il peso del disorientamento che produce nella società il “disagio giovanile”. È difficile “metterci in questione”: scattano automaticamente meccanismi di difesa, di autodifesa. Oppure, ci comportiamo come quel tale di cui parla la S. Scrittura, “un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio; appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era”.

Cioè: facciamo riflessioni, pertinenti, e poi tutto riprende come prima, esattamente. La famiglia è più isolata dalla parentela e il contesto sociale spesso si frammenta ed implode. Il rischio delle rotture famigliari è sempre in agguato e i giovani lo percepiscono in maniera quanto mai vivida e sensibile. La conversazione famigliare è meno «generazionale», sia nel senso che le generazioni si confrontano fra loro in famiglia più sulla base di notizie, di curiosità che sulle diversità, maturità, conoscenza. In questo modo anche la trasmissione socioculturale è lasciata al caso. Se prendiamo la scuola, i giovani la vivono come se fossero unicamente in un luogo specializzato per le competenze conoscitive e attitudinali che potranno dare, in breve, un itinerario formale che è necessario percorrere per ottenere quei titoli, senza i quali ci si troverebbe poi esclusi da certe possibilità di lavoro.

Di sicuro, la gran parte dei giovani non si attendono e non vedono la scuola come ambiente di socializzazione, umanizzazione, e neanche come comunità di amicizia. Tutto ciò rappresenta per le nuove generazioni un “vuoto esistenziale” che incide sensibilmente sulla stessa libertà. Se l’adulto non sa cosa fare, figuriamoci i giovani. Noi adulti, siamo liberi, ma non sappiamo per che cosa. La libertà stessa chiede di essere orientata. La libertà non è solo “libertà da ...” ma è in primo luogo “libertà per ...”. Nel momento in cui noi adulti non sappiamo   più orientare la nostra libertà, nel momento in cui non sappiamo più “in vista di che cosa” siamo liberi, la libertà diventa insopportabile ed entra in noi adulti la peggiore malattia spirituale: la noia di vivere. Oggi il disagio giovanile è quello di chi ha smarrito il significato della libertà: è un’immensa “tristitia cordis” che è penetrata nella vita dei giovanissimi. Si è spezzata la proposta del senso, anzi dell’atto educativo.

L’intreccio mirabile, costituito da chi educa e da chi è educato, è venuto meno.  Perché gli adulti sono i primi responsabili di questo tonfo nel buio delle nuove generazioni? Non si dice che i giovani d’oggi sono più precoci rispetto a quelli del passato? Domande forti. L’uomo non decide di venire al mondo: è posto nel mondo. Lo stupore di fronte alla realtà genera nel cuore di ogni neo-arrivato due domande fondamentali: dove sono capitato? In un mondo buono o ostile? La domanda sulla verità dell’essere è la domanda sulla bontà dell’essere. Vorrei che si riflettesse profondamente, su questa condizione umana. Se io mi trovo buttato in un paese, in un territorio che mi è completamente sconosciuto e ritengo di non poterlo conoscere, come posso muovermi? Dove vado? Come ci vivo? Se io mi trovo buttato in un paese che mi è completamente sconosciuto e ritengo di non poter conoscere ciò che mi consente di vivere bene in esso e ciò che mi può danneggiare, come posso passarci la mia vita? Come posso star bene?  La malattia della noia va prevenuta e curata danno alla nostra vita e soprattutto a quella di molti giovani motivazioni, senso.