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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Ada Negri

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ADA

Ada Negri (Lodi, 3 febbraio 1870Milano, 11 gennaio 1945) è stata una poetessa e scrittrice italiana. È ricordata inoltre per essere stata la prima e unica donna ad essere ammessa all'Accademia d'Italia.

Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel palazzo Barni, condividendo i suoi giochi con le figlie del conte, fantasticando tra le aiuole del giardino padronale, ma anche provando un forte senso di umiliazione e di vergogna perché aveva il compito di aprire il cancello alle carrozze dei conti e dei loro ospiti.

Cominciò a frequentare la scuola normale femminile di Lodi, dimostrando grandi capacità di apprendimento e una forte fantasia che era stata sollecitata dalle letture a voce alta di romanzi d’appendice fatte dalla madre alla nonna, cui aveva assistito fin da piccolissima.

Diplomata ottenne un posto di insegnante elementare a Motta Visconti (Pavia) dove si trasferì. Insegnò nella prima classe dei maschi composta da più di 80 scolari che andavano a scuola sporchi, «puzzolenti di concio e di stalla» (Arslan - Folli, 1988, pp. 70 s.), pieni di pidocchi, e che tuttavia le piacevano, perché tra quei «diavoli scatenati» (ibid.) si sentiva a suo agio.

Accanto all’insegnamento, un’altra attività la occupò completamente: una vocazione poetica travolgente che la spingeva nel pieno della notte a scrivere come sotto dettatura versi già compiuti. Su consiglio delle colleghe, spedì alcuni componimenti a diverse riviste e il Fanfulla da Lodi pubblicò, nel 1888, La monaca e altre poesie. In seguito a causa dell’adesione al fascismo, l’opera e il nome di Ada Negri furono dimenticati, se non addirittura rimossi. Solo in tempi più recenti sembra essersi risvegliato un certo interesse critico, soprattutto per le opere in prosa.

 L’entusiastica accoglienza da parte del pubblico e i vasti consensi della critica fecero sì che con decreto ministeriale Negri venisse nominata professoressa presso la scuola normale Gaetana Agnesi di Milano. Preso servizio, si trasferì con la madre nel capoluogo lombardo. Le fu conferito il premio «Giannina Milli» di 2000 lire l’anno.

Il giovane intellettuale Ettore Patrizi era andato a trovarla a Motta Visconti. Grazie alla sua amicizia, trasformatasi presto in un fidanzamento durato sino al 1895, Negri a Milano poté entrare in contatto con l’ambiente del socialismo riformista ed ebbe modo di conoscere letterati.

Intorno alla sua opera e alla sua figura venne a crearsi sin da subito il mito della poetessa selvaggia e incolta, la vergine rossa, la maestrina proletaria senza nome: “Io non ho nome. - Io son la rozza figlia dell’umile stamberga; plebe triste e dannata è mia famiglia, ma un’indomita fiamma in me s’alberga”

Ostentando le povere origini, l’inferiorità della condizione femminile, l’io poetico pare paradossalmente animato da un senso di superiorità che si rispecchia negli atteggiamenti titanici in cui la plebe è ritratta. Al sentimento viscerale di comunanza con gli oppressi si accompagna un forsennato desiderio di riscatto che rivela tratti fortemente populistici. Così, attingendo toni accesi e colori lividi dal repertorio della scapigliatura, la poetessa si ergeva, come in Sfida (1892), a sferzare con i suoi versi il mondo borghese e i suoi valori.

Gli anni della guerra e gli ultimi anni di vita furono segnati dalla sofferenza e dalla solitudine; una rinata vocazione religiosa la portò a ripiegarsi su se stessa in un sommesso soliloquio. Preghiere è il titolo della parte conclusiva della sua ultima silloge, Fons amoris . Dopo il bombardamento della casa di Milano, Negri si trasferì dapprima a Bollate presso la figlia, quindi a Parma e a Pavia dove terminò i suoi giorni. Profonda l’espressione sulle donne:

“Di noi donne
nessuno ha mai capito nulla
e abbiamo troppo
orgoglio
per dir
forte
il nostro
segreto patimento.”

(Ada Negri)