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referendum 3

Non mi ricordo che un referendum abbia avuto tanta pubblicità e per tanto tempo. Si grida, si minaccia, si accusa con toni arroganti e prepotenti. Ne seguono le chiusure all’ascolto, al dialogo. Nella recente campagna elettorale referendaria, si verificano toni troppo forti ed accesivi, scontri verbali. Il cittadino si chiede che cosa deve fare, poco ci capisce, anche se trova sempre il solone di turno che gli suggerisce dove porre la sua crocetta.

Le beghe tra politici non aiutano i cittadini a scegliere il loro bene e quello della Paese. Per alcuni, risulterebbe una forma di sincerità nei rapporti politici, Se l’altro è un avversario, tanto vale trattarlo apertamente come tale senza censurare nelle affermazioni. Non mi sento di convalidare questa tesi. Sfugge a questa interpretazione il fatto che in una società complessa, di fronte a difficili e molteplici problemi che la vita politica e sociale pone, è indispensabile trattare, agire, spiegare e anche operare con gruppi o persone che hanno interessi e opinioni diverse.

Se vogliamo fare fronte alle questioni che la vita sociale pone, tutti siamo chiamati, nonostante le divergenze e conflitti esistenti, a dialogare, confrontarci e addirittura collaborare per il bene della società. La collaborazione non può limitarsi a coloro che condividono le nostre idee e progetti, ma deve estendersi anche a chi la pensa diversamente, specie quando le mete e gli interessi da conseguire sono necessarie per il bene comune. 

Nelle difficoltà sociali (penso in questo periodo alla disoccupazione, alla crisi economica), il centro dell’attenzione deve essere focalizzato sul problema da risolvere e non sulla persona dell’avversario. Non serve, di fronte ai problemi reali, “costruire” il nemico, lo schieramento politico contro, ma necessita focalizzarsi sulla realtà e sulle difficoltà reali dei cittadini.  Se si costruisce il nemico e lo s’insulta, l’attenzione si polarizza unicamente sull’avversario e si perdono di vista i problemi da affrontare insieme e risolvere.

 Anche in occasione del prossimo confronto referendario si è costruita progressivamente l’immagine di due schieramenti politici irrimediabilmente lontano dall’altro, rinunciando a confronti sereni. Quasi tutte le diatribe sono improntate sulle polemiche, cercando negli avversari errori, visioni politiche di parte. Credo che occorra ricordare ai politici di qualsiasi schieramento che attraverso le diatribe verbali si annulla qualsiasi rapporto costruttivo.

Fare politica costruendosi il “nemico” o uno schieramento avverso non porta a nessun vantaggio: non facilita la soluzione dei problemi sociali, ma anzi rende faticose le relazioni sociali, aggrava le tensioni, disabitua le persone a ragionare, le allontana dalla politica e può scatenare reazioni emotive incontrollate attraverso un crescendo d’ostilità e atti violenti. Il richiamo ad abbassare i toni e a riscoprire un linguaggio intelligente, sta alla base di una politica saggia che non affida all’esito del referendum costituzionale  (qualunque sia il risultato), un esito “toccasana” dei nostri gravi problemi della povertà, disoccupazione, profughi.

In questi giorni la sfida referendaria del Sì o del No riceve una portata, a mio parere, inverosimile, forzata, di parte. Si parla persino che dell’esito dipenderà la governabilità o ingovernabilità del Paese.  Un modo questo per confondere gli elettori che voteranno, danno alla crocetta posta sul Sì o sul No il valore della stessa che mettono sulla schedina del totocalcio o su il foglio che ci viene sottoposto prima di un accertamento clinico. Noi cittadini purtroppo siamo intontiti di parole prima di darci in mano la matita per tratteggiare la crocetta il 4 novembre sul Sì o sul No. A qualcuno serve anche la nostra ignoranza? Pare di si.