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BUONGIORNO TRISTEZZA

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tristezza

Nessuno, proprio nessuno, può sostenere di non aver mai provato m0menti di tristezza. E’  un sentimento umano che trova posto nella nostra vita. Nasce dalla paura di sbagliare, da un senso di responsabilità eccessivo, da un’autocritica continua. E da quel timore di perdere la faccia davanti agli altri. 

Questi e altri motivi che analizzeremo sono i maggiori responsabili di questo stato d’animo. Stiamo però attenti che la tristezza non diventi cronica, sarebbe come un’ombra che, passo dopo passo, s’impossessa della nostra vita fino a spegnere ogni speranza

E’ bene subito precisare che non si presenta con i tratti della depressione che ci porta a isolarci, a ripiegarci su noi stessi, a lasciarci andare. E neppure con quelli della disperazione che travolge l’anima in alcuni frangenti dell’esistenza. La tristezza è un sentimento che mi ricorda il sole quando è velato dalle nubi: c’è ma non riesce a scaldarci.

Il cervello quando è adombrato dalla “nube” della tristezza non riesce ad irradiare bene la sua forza e calore, non è più libero di svilupparsi, è impedito da emozioni negative e, in parte, inutilizzato. Insomma, la tristezza è un “freddo” dentro. Indubbiamente cerchiamo di trovare il motivo che ci causa questo stato d’animo. 

Scopriamo che spesso siamo vittime di un ingiustizia, di una delusione affettiva, di una perdita. Le situazioni dolorose certamente  hanno il potere di compromettere l’umore, di velare di malinconia la mente.  C’è però un  tipo di tristezza che spesso diventa abitudine, modo di vivere.  E’ presente in noi quando cessiamo d’essere  protagonisti della nostra vita, affidandoci  passivamente agli eventi. 

Avvicino spesso giovani  e adulti con uno sguardo malinconico e cerco di capire come mai hanno tanta opacità in sé, nonostante stiano vivendo un momento normale della loro vita.  Scopro che alcuni di loro sono tristi perché troppo teorici. “Tanto fumo e niente arrosto”, recita un antico detto popolare. Una vita intessuta di solo idee e programmi, poco pratica, non soddisfa. 

Guai se le nostre potenzialità si tengono sigillate, imprigionate nella mente e se ci trinceriamo nelle nostre chimere. Non possiamo vivere solo di sogni, occorre fare qualcosa. C’è poi chi è triste perché getta la spugna con facilità, rinuncia a lottare, a risolvere i problemi. Insomma, si rassegna, rinuncia a vivere pienamente. Non meno triste è chi non sa relazionare con le persone e non ha  il coraggio di prendere le distanze dai legami sbagliati di cui è circondato.

Quali sono i rimedi possibili? Ricette non ce ne sono, ma solo qualche comportamento nuovo da adottare. E’ utile darci una mossa, modificare il modo di pensare, d’affrontare le difficoltà. Non serve, ad esempio, lamentarci continuamente come se la vita riservasse solo a noi guai, insuccessi…

Un tale aveva scritto all’entrata di casa sua: “Sono sempre contento, entra pure”. Credo che costui almeno ci provava a essere contento, prendendo le distanze dai pensieri negativi. Noi  siamo i nostri pensieri. Alcuni specialmente possono essere fatali: il senso d’inferiorità nei rapporti, la frustrazione, l’insicurezza, l’umiliazione subita ogni volta che mandiamo giù il famoso “rospo”, l’invidia, la gelosia, il rancore verso qualcuno… 

Per favore, arrabbiamoci, gridiamo, discutiamo, buttiamo fuori questo “rospo”. E’ necessario liberarci da certi stati d’animo. La rabbia non va trattenuta, accumulata, “stagionata” nei meandri della psiche.  Se la fermiamo dentro, ci riserverà i suoi effetti nocivi sull’umore.  

Sorridiamo e facciamo sorridere gli altri. Il sorriso risolleva il tono dell’umore e scioglie gli stati malinconici più rapidamente che un antidepressivo. Il sorriso è quello scossone che strappa la vostra coscienza dall’usuale direzione in cui è collocata e ci mette in relazione con un mondo diverso, possibile, vivibile. E’ la spinta  che ci fa cercare un altro modo di guardare alla realtà e ci permette di essere ottimisti.  Ma basta saper sorridere e far sorridere?

Forse non basta per essere contenti, ci vuole anche qualcosa in più. Scorgere quel “filo” che Dio fa scendere sulla terra, attaccarsi, non mollarlo. Purtroppo ci siamo staccati,  convinti di poter stare in piedi da soli. Ci siamo trovati  fragili, impotenti e tristi. Riafferriamo questo “filo”, non è impossibile, ve lo assicuro.