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I GRANDI MAESTRI DELL’UMANITA’ - Boris Pasternak

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Boris Leonidovic Pasternak, scrittore sovietico e grande poeta universalmente noto per il suo romanzo "Il dottor Zivago" (tradotto in ventinove lingue e venduto in milioni di copie), nacque a Mosca il 10 febbraio 1890 da una famiglia di intellettuali di origine ebrea. Studiò inizialmente composizione al conservatorio e filologia all'università di Mosca ma poi si laureò in Filosofia, sempre nella medesima università. Segui poi a Marburgo le lezioni del filosofo neokantiano Cohen. Esordì in campo letterario nel 1914 con una raccolta di poesie dal titolo "Il gemello delle nuvole", per poi dar vita ad altre importanti sillogi, come "Oltre le barriere", "Mia sorella vita", "Temi e variazione" e "Seconda nascita", in cui sembrò ricercare una scarna semplicità del verso e una misura classica, ben lontana dalle  esperienze.  Si distaccò infatti dal futurismo sia per indole caratteriale (i futuristi, e le loro versioni russe erano artisti molto aggressivi), sia per inclinazioni artistiche, preferendo atmosfere intime, domestiche, quasi immemori della storia in cui il poeta si muoveva.
Sul piano politico, dopo aver partecipato al fervido clima intellettuale degli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione, aderì alla rivoluzione russa, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nascondere le atrocità che questi commetteva. Dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione Pasternak decise dunque di restare in patria, dove aveva un posto preminente tra i poeti contemporanei, ma cominciò a sognare un’altra Russia oltre quella sovietica, a vagheggiare cioè una Russia dello spirito, una Russia dell’anima, europea, universale.
L'anno del distacco definitivo dalla politica culturale del partito avviene nel 1946, quando prende corpo il violento attacco contro gli intellettuali "deviazionisti e borghesi". In quello stesso anno, ironia della sorte, comincia la stesura del suo capolavoro "
Il dottor Zivago", che gli procurò sicuramente un'improvvisa e vastissima notorietà mondiale ma anche moltissime grane tra i sovietici.
Basti ricordare che il dattiloscritto, pur non essendo un'opera anticomunista, venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori e non poté esser pubblicato in Russia, tacciato come "libello" antisovietico. Fortunatamente lo pubblicò in Italia
Feltrinelli nel 1957 dopo varie e complesse traversie editoriali. La critica occidentale accolse il libro trionfalmente, tanto che nel l958 a Pasternak venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
La notizia fu considerata in Russia come un insulto alla rivoluzione e Pasternak accusato di tradimento, fu minacciato di espulsione. Il regime lo costrinse a rinunciare al
Nobel che senz'altro, come riconoscimento, aveva una timbratura anti-sovietica, ma da quel momento in poi lo scrittore si chiuse in un amaro silenzio, rifugiandosi nell'esilio della sua dacia a Peredelkino, nei pressi di Mosca.
Insomma, "il romanzo offre una ricostruzione della storia russo-sovietica dei primi tre decenni del secolo senza proporre giudizi, ma suggerendo un'alternativa spiritualistica, nutrita di sensibilità cristiana, alla versione univocamente eroico-materialistica offerta dalla letteratura ufficiale".
Boris Pasternak visse gli ultimi anni rigidamente controllato dal regime e morì nel suo ritiro di Peredelkino il 30 maggio 1960. Osteggiato in vita e profondamente incompreso nel suo Paese, l'opera poetica di questo grande scrittore ha però indubbiamente esercitato un notevole influsso sui poeti russi meno conformisti.

“Il dono dell’amore è come ogni altro dono. Può essere grande quanto vuoi, ma non si rivelerà mai senza illuminazione. Con noi invece, è come se ci avessero insegnato a baciarci in cielo e poi, ancora fanciulli, ci avessero mandati a vivere sulla terra, contemporaneamente, perché mettessimo alla prova l’uno con l’altro questa capacità. È l’apice di una compatibilità senza gradazioni, in cui nessuno è superiore o inferiore, un’equivalenza di tutto l’essere, con tutto che genera gioia, con tutto che si rianima.”  (Boris Pasternak)