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Il sale della solidarietà

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La solidarietà  può dare la sensazione di impotenza di fronte a problemi così grandi e gravi dell’umanità. Tuttavia gli squilibri che sono all’origine della povertà nel mondo riguardano anche ogni singola persona, il suo modo di vivere e di gestire tempi e mezzi, ed il modo di costituirsi all’interno del suo ambiente. Pertanto una prima considerazione  a cui possiamo pervenire è che di fronte a questo “folla di poveri” che cerca di varcare le frontiere per trovare una speranza, deve crescere  in tutti noi una vivace mentalità solidale. 

Ecco alcuni suggerimenti:

L’uomo al centro
L’uomo deve essere messo al centro della società. E dire “uomo” significa introdurre una visione antropologica che sfugge agli estremismi che hanno dilaniato la modernità, e cioè l’individualismo il liberismo, il collettivismo il marxismo.  E’ necessario quindi porre  al centro la comprensione dell’uomo, la sua natura di partecipazione e di relazione. L’uomo nella comprensione cristiana è un essere che vive originariamente il rapporto con gli altri come “comunione. Il povero che incontriamo non è un’estraneità con cui entrare in contatto, ma una persona da accogliere che contribuisce all’arricchimento della nostra maturità o identità.  La storia è intessuta di spostamenti di grandi masse che hanno poi formato popoli, nazioni. 
 
Le masse degli emigrati
 Ne consegue che il fenomeno migratorio è una specie di laboratorio dove si misura la capacità di accoglienza e cambiamento. Lo spostamento di masse che cercano di sfuggire alla soglia della povertà, o alla negazione della libertà, per sé e per la loro famiglia; oppure semplicemente la fuga di uomini, donne e bambini che vanno verso l’occidente in cerca di uno spazio per vivere, esigono da tutti noi  sensibilità, solidarietà e una visione futura di rinnovamento sociale. Certamente non documentabile immediatamente, ma solo dopo che le diverse culture si integrano come avvenne nei grandi esodi della storia.   

Un fenomeno inquietante  
Evidentemente qui siamo di fronte a un fenomeno inquietante che ha gravi risvolti politici e sociali con soluzioni assai complesse, ma verso cui occorre stare non con atteggiamento ostile e difensivo, ma aperto, accogliente sensibile. Il fenomeno dei profughi è in realtà un “laboratorio dell’umano”, ossia un’esperienza in cui “l’altro”, lo straniero, può favorire il superamento delle chiusure generate dalla diffidenza che il diverso suscita nell’animo umano ed aprire ad una mentalità d’accoglienza e di possibile solidarietà e anche di fraternità. 

Le nostre insicurezze e paure
Lo straniero ha una sua identità, è portatore di un mondo che non comprendiamo e che può mettere in discussione il nostro. Ne consegue che queste masse umane sono sotto gli occhi di tutti ed evidenziano  le nostre insicurezze e paure. Benedetto XVI, afferma:  “Alla radice di ogni forma di povertà vi è un modo di guardare l’uomo in termini unicamente materialistici, e questa è la prima radice della povertà. Di fatto si è instaurata una globalità mondiale nel pensare l’esistenza, nella quale ciò che prevale non è l’interesse della realizzazione del bene comune, a cui i singoli uomini possano partecipare in forza del loro diritto a vivere come persone umane, ma si è affermata una visione della vita dell’uomo prettamente parziale, fondamentalmente consumistica. Questa nostra società è malata perché tende a ridurre le relazioni umane agli scambi commerciali”. In altre parole, al centro non mettiamo la vita di questi poveri, disperati, ma le nostre paure, i nostri calcoli economici.