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Sul Mediterraneo: i panfili e i barconi

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Il bambino, di 3 anni, stava fuggendo con la famiglia da Kobane. Il padre, unico sopravvissuto: «Mi sono sfuggiti dalle mani». Aveva tre anni. Ed era nato a Kobane, nel nord della Siria. Scappava da una guerra che ha ridotto in polvere la sua città e ucciso migliaia di suoi compagni di giochi. Aylan Kurdi. È questo il nome del bambino morto annegato nel tentativo di raggiungere l’Europa, la cui immagine ha fatto il giro del mondo. Questa famiglia, come tante altre, si era affidata a un barcone per salvarsi dalla guerra e dalla fame; ora il padre rimasto solo dice di voler passare gli anni della sua vita accanto alle tombe dei suoi cari.                                                                                                                                     
I tragici fatti si susseguono e le bare aumentano mentre la gente si abitua. I cittadini più facoltosi percorrono lo stesso mare sui velieri e sono persino infastiditi da uno spettacolo umano di miseria e di morte. Ricordo quello che disse il grande opinionista Indro Montanelli: “Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi”. 

Forse i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Germania hanno firmato in seguito a tante tragedie un documento comune per chiedere di rivedere le regole europee in materia di asilo e “un’equa ripartizione dei rifugiati sul territorio europeo”. Il documento, spiega la Farnesina in una nota, “mette in rilievo come, alla luce dei limiti e delle manchevolezze chiaramente mostrati dall’attuale sistema di regole europee in materia di asilo, creato ormai 25 anni fa, occorra rivederne contenuti e attuazioni”.                                                    

Mi viene da esclamare: finalmente! Anche se i dubbi restano perché spesso le dichiarazioni non trovano attuazioni reali, concrete. La storia ha sempre assistito, preparata o no, all’esodo delle popolazioni alla ricerca di libertà, del cibo, di un futuro migliore. Quello che manca in questo momento, è la capacità di accoglienza, da parte delle popolazioni europee. 

Si possono analizzare i motivi, anche se uno resta dominante: la condizione repulsiva di molti cittadini. Manca la disponibilità interiore che nasce dalla compassione, dalla sofferenza di migliaia di persone ammassate sui barconi della morte. Manca la sensibilità del cuore che fa tacere le ragioni della mente. Non basta la commozione di fronte a una mamma che annega con i suoi bambini. Spesso di fronte alla commozione per l’immagine di un bambino annegato tra le braccia del padre fa seguito una nuova immagine televisiva che distrae, cancella la precedente…   

“Respingere gli immigrati è un atto di guerra”, ha affermato Papa Francesco, ripetendo il suo forte appello a favore dell’accoglienza degli immigranti condannando duramente coloro che, invece, li respingono. “Pensiamo – ha spiegato il Papa – a quei nostri fratelli Rohingya che sono stati cacciati via da un Paese, da un altro, da un altro. Vanno sul mare, quando arrivano a un porto, a una spiaggia, gli danno un po’ d’acqua, un po’ da mangiare e li cacciano via. Questo è un conflitto non risolto, questa è guerra, questo si chiama violenza, si chiama uccidere”. 

Di fronte a questo appello, fermiamoci per favore, non possiamo lasciare morire mamme e bambini, papà e giovani alla ricerca di speranza, di una vita possibile. Chi siamo noi per respingere queste esistenze disperate? O peggio ignorarle mentre si transita sullo stesso mare con navi da turismo attrezzate per le crociere, il divertimento? Chi siamo noi per tenerci le nostre fortune e piaceri, negando a questi poveri il diritto di esserci, di vivere? Non sono le mie domande retoriche, ma vogliono essere solo un grido inarrestabile della coscienza.    

Lo scrittore Erri De Luca, si affida alla sua coscienza e si chiede: “Che cosa rappresenta il Mediterraneo per i clandestini e per i turisti? La risposta è cruda: “Per quelli che l’attraversano ammucchiati e in piedi sopra imbarchi d’azzardo, il Mediterraneo è un buttadentro”. Poi commenta: “Al largo d’estate s’incrociano zattere e velieri, verso i più opposti destini. La grazia elegante, indifferente di una vela gonfia e pochi passeggeri a bordo, sfiora la scialuppa degli insaccati. Non risponde al saluto e all’aiuto. La prua affilata apre le onde a riccioli di burro. Dalla scialuppa la guardano sfilare senza potersi spiegare perché, inclinata su un fianco, non si rovescia, affonda, come succede a loro. Qualcuno di loro sorride a vedere l’immagine della fortuna. Qualcuno ci spera, di trovare un posto in un mondo così. Qualcuno di loro dispera di un mondo così”.