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Il morbo della fretta

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pensaci su fretta

Non so se esista una cura o almeno un espediente educativo che possa curare il morbo della fretta.  Sta di fatto che la fretta è tollerata, giustificata o peggio considerata una necessità sociale.  Il compiere, infatti, le cose velocemente, per poterle fare tutte, è una delle nostre fissazioni quotidiane. Fin da piccoli ci hanno insegnato a prepararci al mattino una lista di incombenze da affrontare durante la giornata; alla sera, prima di coricarsi si deve controllare quanti problemi si sono risolti e quanti invece ci aspettano domani. La soddisfazione è legata al gran numero di faccende affrontate. Le si "spunta" dalla lista mentale, con un "fatto, fatto"...    

Non ci accorgiamo che questo modo veloce di vivere e pensare ci porta a costruire dentro di noi atteggiamenti ossessivi. La psicologia ci suggerisce che le idee ossessive sono alla base delle manie perché hanno le caratteristiche d’essere abbondanti, poco profonde e quasi prive di qualità. Ognuno di noi è spinto oggi a vivere la vita in un’accelerazione spietata. Poter essere efficienti, comunicare, fare, preparare rapidamente un cibo (fast food), eseguire spostamenti veloci, tutto rappresenta efficienza, dinamismo, capacità di produrre.   

Il correre, agitarsi, produrre qualcosa continuamente, dà la sensazione di sentirsi vivi, validi. Nel momento in cui cessa il tutto, subentra la tristezza.  Ci manca invece il tempo sufficiente per personalizzare le azioni. La nostra società ha sviluppato una vera mania per la velocità, una sorta di virus che colpisce tantissime persone. E quando si diventa vittime di una coazione estesa, raramente si riesce a capacitarsi di ciò che accade e non c’è nemmeno il tempo per trovare il modo di uscirne. Corriamo, abbiamo fretta, siamo veloci in tutto. Gli altri diventano dei fantasmi dal corpo facilmente attraversabile. Se, per esempio, stiamo correndo per prendere l’autobus e qualcuno ci si para davanti, pur non avendo intenzione di mancargli di rispetto, lo spingiamo da parte. Ciò avviene ovunque e ripetutamente in altre circostanze. Qualcuno bisbiglia: “Mi scusi, non lo fatto apposta”. Altri non si degnano nemmeno di scusarsi, perché vanno troppo in fretta.   

Siamo tanto presi e frenetici che diamo come normale la maleducazione, la mancanza d’attenzione. Si è sviluppata una sorta d’epidemia che colpisce milioni di persone, d’ogni età e condizione sociale. La lamentela più diffusa è quella che ci manca il tempo per fare tutto. Il significato vero di questa lagnanza, tuttavia, va cercato nella smania di poter fare tante, tantissime cose, di sentirci a nostro agio solo se siamo sempre in movimento, in agitazione. Desideriamo quindi fare più di quanto il tempo a disposizione ci permetta. Alcuni, per abitudine o cattiva gestione delle serate, iniziano la giornata già in ritardo e, al mattino, in fretta e furia, pretendendo di recuperare le ore perse con ritmi accelerati. Si mettono in macchina e di corsa vogliono raggiungere in fretta il posto di lavoro. Altri, corrono e riempiono il carrello al supermercato, mentre sbirciamo la cassiera con meno clienti e sbuffano se quella si distrae con la collega. Altri ancora, consumano velocemente i pasti agli snack bar; salutano gli amici con un cenno, assicurandoli di incontrarli poi… In questo modo, le persone non si concedono il tempo di sorridere e di augurare ai familiari, ai colleghi di lavoro il buon giorno, d’interessarsi dei loro problemi e raccontare qualche particolare della giornata. Non c’è tempo per i velocisti del niente.