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La paura e il coraggio

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pensaci su paura e coraggio

Steve Jobs ha dichiarato che la morte è stata per lui il più potente motore della vita. Lo ha spinto a fare, a cambiare il suo modo di pensare, di relazionare, di amare. La morte è l’unica certezza della nostra esistenza. Possiamo discutere di tutto, non su questa realtà Temiamo solo questo appuntamento fatale, non siamo pervasi dal terrore che gli eventi scompiglino il nostro fragile equilibrio. Sappiamo che dobbiamo apprezzare quel che c’è, sviluppare la conoscenza, accumulare nuove esperienze, cercare l’equilibrio interiore e l’armonia, godere di noi stessi e delle amicizie con gli altri… Invece no, spesso siamo turbati da tutto, anche della ascensore che ci porta al quarto piano che potrebbe fermarsi all’improvviso… Quanto tempo sprechiamo tra paure e incombenze inautentiche! Il tempo si riempie di cose, d’impegni, non lo utilizziamo. Abbiamo uno schema fisso da seguire: lavorare, consumare, sprecare. E’ forse un rimedio alla paura di morire? Teniamo occupata la mente per non pensarci? 

Un mio lettore mi scrive: “Volevo fare anche solo una piccola rivoluzione, fare scelte diverse, ma mi sono spaventato di essere emarginato socialmente e di non riuscire ad avere relazioni comuni. Essere liberi, staccarsi dai modelli di vita comuni è bello da immaginare, ma se per farlo si diventa emarginati dalla società, incompresi e messi alla gogna, diventa una situazione molto pesante e triste”. Il blocco psicologico colpisce anche chi, come il mio lettore, non avrebbe problemi sul piano pratico perché sa fare di tutto, infatti aggiunge. “Ho mille passioni (scrivo, leggo, cucino, zappo, viaggio, pratico arti marziali), odio il mio lavoro, detesto il furto del tempo, so vivere con poco”.  

Un amico mi dice: “Ho una casa mia, un orto che coltivo con amore, non mi mancano i progetti tra cui il volontariato tra gli handicappati. Non ho paura di morire di fame, di rimanere solo sì. Ho paura di essere giudicato, di restare bloccato, di sbagliare. Amo la libertà, ma mi fa paura”. La paura è dunque l’unica moneta della nostra epoca? Paghiamo con questa valuta le scelte della nostra esistenza, soprattutto quando si tratta di cambiare. Il messaggio che riceviamo è: se resti dentro sopravvivi, se esci tutto ti può succedere. Gli ho chiesto che cosa mette in questo “tutto”. Mi ha guardato negli occhi attentamente e poi con tanta emozione allargò le braccia come per dirmi che ogni cambiamento o scelta che si scosti dal tran tran giornaliero lo agita, lo fa sentire fuori dal campo.  

Un altro amico indignato obietta: “Con soli mille euro al mese di pensione si fa una vita da schiavi. Una vita che vorrei cambiare, ma non so come. Prendo la valigia e vado a vivere il Tunisia, in Albania dove con la pensione minima si vive discretamente? E i figli e i nipoti li lascio perdere? 

Le paure che emergono con maggior frequenza sono la paura della povertà, quella della solitudine, il senso di colpa verso genitori e congiunti, e il sospetto di essere inetti, di non saper fare nulla oltre quel che facciamo ora. Intasiamo le città, ogni mattina, o quando riempiamo i grandi magazzini, sotto Natale, comprando cianfrusaglie, non diamo l’idea di essere persone che vogliono scegliere qualche cosa di nuovo. Le paure sono tante. Ci siamo attrezzati per affrontare un certo tipo di vita, adeguandoci a uno schema preciso, senza alzate d’ingegno, senza grilli per la testa, senza creatività. Non siamo una generazione di innovatori ma di esecutori. La nostra epoca, non è un’epoca di invenzioni ma di applicazione di invenzioni precedenti. Il salto innovativo è stato fatto decenni fa con il computer; ora lo si deve far lavorare, trovando il modo di sfruttarlo al meglio. Lo stesso è avvenuto sul piano sociale. L’innovazione è stata il benessere diffuso, sorretto dal consumo. Ora bisogna pigiare al massimo su quell’acceleratore. Non c’è un’ipotesi alternativa. Tant’è che i politici, gli opinionisti e persino gli artisti non immaginano una vita diversa.