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“FARLA FRANCA”

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Sono un giornalista, ti faccio alcune domande sul “cancro” della disonestà. In fondo, se uno non paga una multa, viaggia a sbafo sull’autobus, parcheggia in doppia fila, non paga l’assicurazione auto, perché non possiamo farlo tutti quanti? 
Ecco, questo è il punto: il cattivo esempio

La mentalità di molti si basa sul principio di “farla franca”. Viene a mancare l’intelligenza valutativa o coscienza che anticipa interiormente la qualità e la validità delle nostre azioni o comportamenti. Vale di più la furbizia dell’onestà.   

È un “modus vivendi” assai praticato in Italia: come fare per contrastarlo? 

Le cattive abitudini si diffondono tra la gente velocemente. Quel dirci “fanno tutti così”, ci autoassolve da ogni furto piccolo o grande che sia.  Per fermare queste condotte negative non bastano i richiami, le sanzioni, necessita promuovere la cultura del vero, del giusto. O meglio, mettere in attivo la coscienza. 

La situazione, vista dal tuo osservatorio, come si presenta? Preoccupante peggioramento o stabilità di fondo?  

I ladri abitudinari nella nostra società sono ormai legittimati, ritengono le loro ruberie furbizia, scaltrezza, “senso degli affari”. Penso all’esercente che non batte lo scontrino, all’assenteista sul lavoro, al viaggiatore senza biglietto, a chi sottrae merce ai supermercati. Questa ruberie sono un “rito” presente, in crescita. Un rito “che” i genitori insegnano ai figli.   

Al di là delle leggi, magari percepite come un deterrente non sufficiente, c’è una “questione morale” evidente, alla base. Che cosa fare?  

La moralità è una qualità umana, una virtù presente in chi abbandona uno stile di vita individualistico, opportunistico per dare alle proprie scelte il valore del bene comune. L’educazione a rapporti di condivisione, di reciproco aiuto, di collaborazione per il bene comune promuove una mentalità etica. 

Come intervenire?  

Non servono i richiami pubblici politici o religiosi, quel dire e ripetere che occorre moralizzare la società. La crescita morale è soprattutto un compito della famiglia che attraverso le regole aiuta i figli a fare scelte vere, giuste. E’ un impegno delle agenzie educative (scuola, oratorio, club) nell’indicare ai ragazzi e giovani esperienze di lealtà e di confronto per il bene comune.     

Quali le lacune più acute? 

Diceva Paolo VI, “la società necessità più di testimoni che di maestri”. Sono venute meno, da parte degli adulti, il buon esempio, la testimonianza di una vita semplice e bella non sporcata dall’avere. L’avere è purtroppo il nostro “vitello d’oro” da adorare a scapito di una condotta onesta. 

Ce ne sono di nuove rispetto alle emergenze antiche e incancrenite?   

Ciò che ora lascia sconcertati noi educatori è che il “settimo comandamento” è stato cancellato dal decalogo: quel non rubare che fischiava nelle nostre orecchie fin da piccoli non c’è più. Si confonde l’utile con il bene. Mi spiego: ciò che serve è bene, non importa come averlo. Chi non paga l’Iva, le tasse, il canone televisivo è solo un evasore, non un ladro.  

Quali esperienze si sono messe in atto?  

Noi educatori nelle nostre Comunità di vita insistiamo sulla verifica delle proprie azioni e comportamenti. I ragazzi spesso si confrontano e con uno stile di relazione correttiva fanno pervenire all’altra persona richiami, danno suggerimenti. Si ricorda, in questo confronto, un detto evangelico: “Chi è onesto nel poco lo è anche nel molto”.   

Che cosa auspicate in particolare?   

R/ Noi educatori abbiamo un desiderio grande, far vivere e crescere insieme ragazzi e adulti nella povertà, cioè far capire loro che non serve il superfluo per essere felici. Siamo preoccupati che trionfi il principio che “chi ha di più, vale di più”. Per avere di più si ruba, in tanti modi. Cristo ha chiamato “beati” i poveri, i sobri. Certamente la povertà è l’antidoto ad ogni piccola o grande ruberia