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Lettera aperta a Rita la mamma di Stefano Cucchi

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Io so quanto soffre una mamma quando s’accorge che il figlio fa uso di sostanze stupefacenti. Da più di trent’anni lotto per spaccare la catena della dipendenza della droga nei ragazzi. Ho incontrato tante mamme disperate, scoraggiate che con la voce interrotta dai singhiozzi mi sussurravano: “Aiuti mio figlio!”. Quanti incontri, quante storie in questi anni in cui si è tollerato da parte dello Stato che la droga venisse spacciata, usata da giovani e giovanissimi. Il dolore più grande è il suo signora Rita, è un dolore di una madre che ha assistito impotente al degrado di un figlio. La droga è un killer spietato. Quante notti insonne nell’attesa che di Stefano rientrasse in casa e quando la porta si apriva, a tutte le ore della notte, lei lo fissava negli occhi, seguiva i suoi passi fino alla stanza da letto e si diceva: “Anche questa sera è ritornato!”. Sì, perché una mamma non si rassegna mai di fronte a un figlio che compromette la salute, la vita. Quante volte signora Rita avrà supplicato il suo Stefano a smettere di drogarsi e certamente, come fanno tutti i tossicodipendenti, l’avrà ascoltata regalandole brevi periodi di astensione dalla sostanza, ma poi a breve c’era la ricaduta. E’ più facile per un tossicodipendente smettere per alcuni giorni di drogarsi, difficile per lui è non ricominciare. In queste promesse deluse lei signora Rita ha trascorso alcuni anni accanto al suo Stefano perché una mamma che partorisce la vita la difende sempre. Gli stessi reati commessi da suo figlio erano dovuti al bisogno di avere soldi per comprare le dosi necessarie e così placare momentaneamente la crisi d’astinenza fisica e psichica. Rubava perché un tossicodipendente ha bisogno della droga come l’assetato dell’acqua. Le Forze dell’Ordine signora Rita fanno il loro mestiere, fermano, arrestano chi commette un reato. Alcuni agenti vogliono sapere da chi il tossicodipendente ha ritirato le dosi e per farlo parlare ricorrono sovente a gesti violenti. Ricordo, qualche anno fa, che entrando in una caserma dei carabinieri di aver incontrato un giovane ammanettato e legato al calorifero. Mi disse che era lì legato da almeno sette ore. Un appuntato mi disse: “Solo in questo modo parlerà, dirà il nome dello spacciatore”. Gli dissi: “E’ una persona”. La risposta non si è fatta attendere: “Lei faccia il prete, noi sappiamo come trattarlo questo cane”. Io volevo aiutare questo ragazzo di 23 anni a vivere, a recuperare il suo equilibrio. Non è stato possibile, la legge per i più poveri va rispettata immediatamente… Ci sono agenti e giudici intelligenti e saggi, con un cuore di “carne” che telefonano al nostro centro d’Ascolto (ad altri Centri) per affidare alla Comunità il ragazzo sconvolto dalle droghe, dall’alcol. Il suo Stefano l’hanno invece arrestato. Stava male? Non si sa. Voleva vedere la mamma, la sorella? Non era possibile Lei si chiede signora Rita: “Chi l’ha ucciso?”. Non lo saprà mai per motivi ovvi..  Non l’hanno, infatti, ucciso i sei medici condannati in primo grado per omicidio colposo e assolti in appello il 31 ottobre. Né i tre infermieri e i tre poliziotti che già erano stati prosciolti nel processo in Corte d'Assise. I giudici di Roma della II Sezione il 31 ottobre hanno sentenziato "che il fatto non sussiste". Eppure la diagnosi del cadavere attesta che il suo Stefano è stato massacrato di botte. Mi dispiace dirle la verità signora Rita, i tossicodipendenti sono detenuti particolari o meglio rifiuti speciali nelle nostre carceri. Non sono vite da recuperare con un programma terapeutico, ma da condannare. Alcuni si condannano da soli, si uccidono, altri sono messi in condizione di farla finita per solitudine, abbandono, maltrattamenti. Stefano invece porta i segni dell’uccisione. I giudici hanno indagato, ma come? Perché non ci sono colpevoli? Lei come mamma ha il diritto di conoscere chi ha sfigurato il corpo di Stefano con pestaggi, chi non ha prestato soccorso a un giovane agonizzante. La sofferenza di una mamma dovrebbe bastare per mettere in attivo la coscienza di chi sugli scanni del potere giudiziale sentenzia. Liquidarla cara signora Rita con la subdola forma” il fatto non costituisce reato” è davvero sconcertante. Un pestaggio e la conseguente morte non costituisce reato? Ho un dubbio cara mamma che il suo Stefano non troverà giustizia, per un ovvio motivo: in questi casi vanno tutelati i rei che fanno parte delle Istituzioni. Non sarebbe la prima volta… Lei con sua figlia Ilaria e altri famigliari e amici, non smetta di gridare, di lottare perché la verità sulla morte di suo figlio sia conosciuta dalla gente e le responsabilità accertate. E’ un atto dovuto alla dignità che si deve a ogni persona, specialmente se si trova in condizione di degrado umano. Da un po’ di anni non si vuole più parlare dei drogati e delle loro assurde condanne. Ci sono pene alternative al carcere: l’affidamento a una struttura terapeutica, la cura in Centri specializzati per le doppie patologie, l’aiuto con terapie mirate. Non è senz’altro il carcere a riabilitare una mente sconvolta e dipendente da sostanze stupefacenti e psicotrope. Il suo Stefano è nella bara mentre i giudici con un gesto pilatesco si lavano le mani. Faccia almeno sentire attraverso i media il suo pianto e quello di altre mamme che hanno assistito inermi all’uccisione del figlio dal killer spietato della droga o attraverso maltrattamenti carcerari e l’indifferenza di medici e infermieri. E se non bastasse? Un risultato è certo signora Rita, quello ottenuto da sua figlia Ilaria di aver fatto conoscere all’opinione pubblica che i tossicodipendenti sono persone da rispettare, da aiutare a vivere. Farli morire o lasciarli morire soli in una cella è reato.