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RUBARE ALLO STATO NON LO SI CONSIDERA COLPA

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«Riciclaggio e frode fiscale per miliardi, finanzieri infedeli, manager senza scrupoli, conti in Paesi off-shore, uomini politici sospinti dalle cosche, elementi con un passato di eversione. Dalle ipotesi accusatorie, emerge un quadro davvero inquietante…».  Sono molti i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare firmate dai gip, a manager, uomini politici, avvocati, imprenditori e prestanome, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un complesso sistema di frodi fiscali, per oltre 2 miliardi di euro.Queste notizie ci pervengono tramite i media. 

Molti cittadini si fermano un attimo a riflettere e poi si pongono una domanda: “Sono così tanti quelli che rubano? Pare di sì. Qualcuno suggerisce d’attendere l’esito delle indagini giudiziarie prima di “timbrare” di disonestà gli inquisiti. Sono d’accordo. Si fa presto a linciare una persona con la lama dei pregiudizi, dell’illazioni e di cattiverie a buon mercato. Colpevoli o innocenti i presunti inquisiti: quale è la mentalità diffusa in un certo ambito politico, imprenditoriale o manageriale? Ormai credo che ci sia una specie di distinguo tra un modo di rubare e un altro.

Tutti sono d’accordo che grattare il portafoglio a un passeggero, svuotare la cassaforte di una banca, scippare la pensione a una vecchietta per strada, insomma appropriarsi di beni e soldi altrui è rubare. Non è rubare, ad esempio, produrre fatture fasulle, infilare nella giacca una bustarella per vincere un appalto, riciclare denaro sporco, pompare i preventivi e assicurare la mazzetta a chi fa da tramite nell’affare. Come non è rubare non battere lo scontrino fiscale in un esercizio commerciale, commercializzare o lavorare in nero. 

Il motivo di questa mentalità diffusa, va cercato nella mancata educazione alla giustizia sociale. Il cittadino pensa che il suo interesse stia al primo posto: Ciò che conta è fare soldi per sé e quindi il fine giustifica i mezzi. O meglio tutti i mezzi sono leciti per raggiungere il fine. Non mi è mai capitato che un credente confessasse a me prete il peccato di aver derubato fiscalmente lo Stato.  E se m’azzardai a fare qualche velata domanda, la risposta fu lapidaria: “Sa, gli affari sono affari!”  

La morale sociale, soprattutto negli affari, come stanno adesso le cose, è destinata alla ghigliottina, ne sono certo. E allora andiamo avanti ad avvisi di garanzia, a carcerazioni preventive, a processi interminabili? Non si può proprio cambiare niente? Mi sembra che qualcosa si possa fare.  S’insegni nelle famiglie, nelle scuole e nelle parrocchie che procurarsi soldi e beni è lecito, fa parte dell’intraprendenza e attività di ogni persona, rubare no. Rubare è ingiustizia, egoismo, vigliaccheria, perdita di un codice di comportamento morale. Ciò vale anche per chi ruba allo Stato. Dei dieci comandamenti il settimo è davvero il più in crisi, specie se si tratta di guadagno facile negli affari, nel maltolto allo Stato. Si pensa che lo Stato sia di tutti e di nessuno. 

La nostra economia va male anche perché molti cittadini rubano allo Stato. Come? In molti modi. Penso agli acquisti e alle vendite senza fattura; allo scontrino fiscale non dato dal venditore e non chiesto dall’acquirente; al lavoro in nero; agli stipendi riservati ai dirigenti statali con cifre da capogiro; agli intrallazzi sugli appalti statali e non statali preceduti da bustarelle. L’elenco potrebbe essere interminabile. Credo quindi che il settimo comandamento “non rubare”, vada tenuto presente da tutti. Rubare allo Stato è sempre rubare, il rischio che non lo si considera una colpa…