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''Voglio il massimo della pena''.

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opinione omicidio motta visconti

Con queste parole, la scorsa notte, Carlo Lissi, mettendo la testa fra le mani, nel corso di un interrogatorio dei carabinieri, ha fatto la sua prima ammissione di colpevolezza. Poi ripetuta davanti al pm al quale ha reso piena confessione. Lissi  ha sterminato la famiglia e poi è andato a vedere la partita dell'Italia da amici, come se niente fosse. Una notizia ghiacciante: è stato posto in stato di fermo con l'accusa di triplice omicidio. il marito di Cristina Omes, la donna trovata uccisa con i suoi due figli nella villa di famiglia a Motta Visconti. Un delitto efferato, spietato, quello di cui è accusato Lissi, che ha creato angoscia, paura. La donna, Cristina Omes, di 38 anni, e i due piccoli, Giulia e Gabriele, di 5 anni e di 20 mesi, sono stati sgozzati e sui loro corpi ci sono numerose altre lesioni che non fanno escludere un accanimento. Fu il marito a chiamare i carabinieri al rientro in casa dopo la partita della nostra nazionale. Un fermo quello di Lissi che pone in noi tutti almeno due domande: perché ha ucciso i suoi figli e la loro mamma; perché questo sadico atteggiamento dopo il massacro? Non so capire, non posso capire come la mente umana possa essere tanto feroce. Non riesco a ricevere dentro di me la notizia di un padre che s’avventa con il coltello sul corpicino dei suoi due piccoli chiamati alla vita perché potessero crescere accanto a un padre e una madre felici. Rabbrividisco solo a pensare che quella donna scelta e amata da Carlo Lissi per essere la sua donna e madre dei suoi figli venga sgozzata brutalmente. Allo sconforto fa seguito in molti un forte pessimismo che mette in dubbio il sentimento più grande, l’amore. Quando questo sentimento viene ucciso tra le mura domestiche ci viene di ripetere dentro la nostra coscienza il grido di Salvatore Quasimodo: “Uomo del mio tempo, sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri (…)”. Le parole del poeta sembrano però insufficienti a descrivere tanto orrore perché la violenza viene consumata non nei campi di sterminio, alla ruota della tortura, ma in una villetta a schiera dove vivevano due piccoli con la loro mamma. Il carnefice sembra sia proprio il padre, quel padre che portava in braccio quelle creature, quella mamma che ha baciato, sorriso, detto di sì al suo futuro carnefice. Queste mie affermazioni possono essere forti, ma sono insufficienti a spiegare l’orrendo fatto. Non può spiegarlo la gelosia tra i partner e nemmeno uno scompenso psichico improvviso, uno scatto di collera, una violenza latente. Noi uomini e donne sconvolti vorremmo almeno capire il movente di questa tragedia. Ma poi non ci basta, non ci basta sapere la causa perché niente può spiegare questo gesto belluino. Mi sembra però utile, ancora una volta, sottolineare una crisi profonda in atto inarrestabile. Quando si macchiano di sangue le quattro mura domestiche da parte di un famigliare siamo di fronte al pericolo più grande che in termini realistici si chiama “morte dell’amore”. Se l’amore muore in una famiglia apparentemente normale, è segno che questa “morte” c’è e se non fermiamo la metastasi di questo cancro nell’anima, altri fatti feroci seguiranno. Ma come fermare quest’ombra di morte che oscura la mente e raggela il cuore di un padre e lo fa assassino della sua famiglia? Le risposte sono diverse e gli psicanalisti fanno a gara (anche in altri fatti) a proporre i rimedi, utili ma non efficaci. Io m’aggrappo a una risposta semplice ma necessaria: occorre togliere all’amore di un uomo e una donna la violenza della possessività. L'amore è libertà, nessuno è padrone della vita dell’altro, dell’altra, tantomeno della vita dei figli. Quel “ti uccido perché mi hai tradito; ti uccido perché vuoi la separazione” non deve esistere. La vita dell’altro è dell’altro e basta! Chi è padrone della vita dei propri cari vuole dominare sui pensieri, affetti e quindi anche sulla loro esistenza. “Ti faccio fuori perché ti ho perso; uccido i tuoi figli per uccidere te mamma; uccido tutti i miei famigliari e poi mi uccido”, queste compulsioni esprimono il potere sull’amore e non la libertà dell’amore. E’ giunto il momento di intervenire e correggere questa nuova forma di schiavitù, la schiavitù dell’amore. Questa nuova schiavitù s’è annidata nelle nostre case, tra le coppie che sono dette normali che insegnano ai loro figli a pattinare, a nuotare e che i partner portano in sé due sentimenti contrastanti ma possessivi: amore e odio.