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Sobrietà come scelta

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Forse la sobrietà ci fa paura.  Noi ricordiamo i nostri nonni che hanno vissuto in condizioni precarie. Ci raccontavano di aver conosciuto la fatica del lavoro, fin da bambini e avevano ben presente la quantità di lavoro necessario per produrre i beni necessari per vivere. L’educazione alla sobrietà era dunque parte integrante della condizione di vita di allora ed era un valore condiviso dalla maggior parte della società: quasi nessuno poteva permettersi lo spreco che oggi vediamo attorno a noi. Oggi che siamo noi alle prese con l’educazione dei figli, sentiamo tutto il peso e la difficoltà che l’educazione comporta. Pur non vivendo la condizione di precarietà dei nostri genitori, ci poniamo come obiettivo quello di educare i nostri figli alla sobrietà, alla semplicità di vita, perché sappiamo che una vita troppo piena di cose non può lasciare spazio alle persone e a Dio. Quando siamo assaliti da dubbi e paure, cerchiamo di ricordarci che è possibile vivere bene pur disponendo di meno, anzi, forse si vive meglio. Basta ridare ai beni il loro giusto valore e soprattutto tornare a porre in primo piano le persone e non i beni che “il tarlo e la ruggine consumano”.

Mi chiedo se i figli accettano questa educazione alla sobrietà o povertà. Se si adeguano ad avere l’essenziale, le cose che servono per una vita semplice e dignitosa. I confronti con gli amici ci sono e in una società in cui uno vale per quello che ha, possono subire complessi d’inferiorità. Voi genitori siete pronti a sostenere le contestazione che anche i vostri figli vi butteranno addosso?

Da soli, certo è molto difficile. Può addirittura diventare frustrante per i ragazzi e le stesse famiglie. Ricordo quanto mi disse Gianni, un padre con due adolescenti. Il maggiore di 17 anni gli fece una domanda imbarazzante: «Papà, mamma, noi siamo più poveri di alcuni nostri amici?»  E’ stato impegnativo, ma anche appassionante spiegare loro che non erano poveri, perché avevano tutto ciò che è essenziale alla vita e anche un po’ di superfluo, ma che dovevano sprecare il meno possibile, per rispetto verso i beni e per aiutare i più poveri di loro. Appare però sempre più chiaro che discorsi di questo genere e scelte di vita che hanno una rilevanza pubblica e sociale necessitano di un supporto comunitario: solo se le famiglie, i gruppi educativi se si mettono insieme possono cambiare il modo di pensare, di concepire i beni materiali. Chiaramente, ed è la cosa più importante, bisogna motivare ai ragazzi, le indicazioni e finalità della rinuncia, facendo leva su alcuni valori. Prima di staccare i bambini dai beni materiali, bisogna farli innamorare di qualcosa di più grande: il senso della vita, della gratuità, del dono, dell’incontro con l’altro, dell’amicizia”.

Mi è sempre piaciuta molto la tesi secondo cui la sobrietà poggia su alcuni imperativi: badare all’essenziale; utilizzare l’oggetto finché è servibile; non gettare le cose che si rompono; essere consapevoli che ogni cosa acquistata comporta lavoro. Che cosa ne pensano i genitori di questi imperativi che fanno parte di una educazione familiare e sociale che trova le sue radici nell’umanesimo e cristianesimo?

Il primo imperativo, ossia badare all’essenziale, comperare solo i beni di cui abbiamo veramente bisogno, convinti della verità del detto: ‘Nella borsa della spesa tu spendi la tua fede ‘, mi sembra sacrosanto. Forse bisogna ritornare a pagare la spesa con gli euro e non con il bancomat o la carta di credito. I soldi che si sborsano e che diminuiscono nel portafoglio sono psicologicamente un avvertimento a porre attenzione a non spendere in modo avventato e disordinato. Così pure ridurre i consumi significa ad esempio chiedersi se l’acquisto che stiamo per fare corrisponde ad un bisogno vero o a un bisogno indotto dalla pubblicità. Abituare anche i nostri figli ad essere critici nei confronti della pubblicità non è facile. Spesso la cosa che serve di più è l’ironia che banalizza certi acquisti superflui e fa capire ai nostri ragazzi che certi acquisti sono dettati dalle mode, da un condizionamento di massa. Proviamo a dire ai figli che è impegnativo andare contro corrente nel settore del vestiario e delle abitudini alimentari: aiutarli insomma a capire che un bel panino vale ampiamente la merendina reclamizzata o che la miglior firma sui capi di abbigliamento è la nostra fantasia, la nostra simpatia. E poi, utilizziamo lo stesso oggetto finché è servibile, ricicliamo tutto ciò che può essere rigenerato 

La sobrietà non consiste in una parola, in una raccomandazione che i genitori fanno pervenire ai figli. E’ una scelta di vita che trova, specie in famiglia, applicazione.