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X un sì alla vita

Dopo 20 anni le mani pulite sono rimaste sporche

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Nei dibattiti televisivi e negli articoli di fondo dei giornali di queste ultime settimane, ci si sofferma su una virtù ormai in crisi: l’onestà. La virtù dell’onestà suggerisce il rispetto dei propri e altrui beni e  la suddivisione equanime degli stessi. L’affermazione di chi è inquisito per il denaro maltolto, m’infastidisce.  “Sono sereno, afferma Caio, sono sereno ribadisce Sempronio!”.  Non capisco se la serenità derivi dalle sicurezze difensive messe in atto o dalla coscienza libera da ogni addebito.  Certamente si deve essere garantisti su tutti, ma anche realisti. La persona disonesta che ha arraffato a destra e a manca è visibile, tangibile, basta verificare la sua scalata verso il “monte” dell’avere.  Non so come mai il termine disonestà per gli appartenenti alla casta dei privilegiati, (in modi diversi) viene ritenuto improprio e si rischia persino denunce se si sospetta che qualcuno abbia ricevuto bustarelle, pizzi, tangenti. Ho sempre presente un principio sacrosanto: “quello che si fa, prima o poi lo si viene a sapere”, magari non subito, dopo alcuni anni. “Il tempo è galantuomo”, dice un proverbio popolare. Credo proprio di sì: prima o poi le “mutande sporche vengono messe in pubblico anche se per molto tempo sono state nascoste dai pantaloni puliti.  Forse, vale la pena prevenire la disonestà più che curarla con accanimenti giudiziari che come bolle di sapone si gonfiano e poi s’afflosciano. Come? Favorire una mentalità che considera i soldi, i beni, le proprietà funzionali ai bisogni reali della persona e non come potenziamento della propria immagine. Vale chi avvalora il suo essere, le sue conoscenze, la sua disponibilità affettiva e non chi ostenta il suo impero economico. I ragazzi e i giovani hanno bisogno di modelli, di esempi, di persone normali e non di palloni gonfiati che coprono la loro vita di banconote, assegni, residence, conti al sicuro nei paradisi fiscali. Basta con gli scandali che infettano la mente delle nuove generazioni e preparano la società futura del “niente”. Cristo fa una domanda: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo se poi perde se stesso?”. Una domanda che stona tra i soloni che in questi giorni osannano le loro mani pulite e ignorano la coscienza sporca. Prevenire vale di più che curare questo vizietto rappresentato nella lupa dantesca di cui il poeta ci assicura che” dopo aver mangiato ha più fame di pria”. La terapia dell’avarizia e della cupidigia è possibile se si                                             fa crescere le persone in ambienti familiari e sociali in cui vale un saluto, un sorriso, una carezza, un abbraccio, la condivisione della gioia e del dolore. In una ambiente in cui si è convinti che il resto sarà dato in più. La casta dei ladri eccellenti, aumenterà se non ci fermeremo per decidere che tipo di uomo vogliamo. Ricco, potente, capace di farsi notare, con un’aureola di potere attorno alla zucca? O un uomo normale che vive e testimonia il valore della sua piccola vita?  Il filosofo francese Henri Bergson sostiene che “l’umanità geme, per metà schiacciata sotto il peso dei progressi che ha fatto”. In verità ha fatto molti “progressi” scientifici e sociali, ma in questi s’annida una sorta di veleno che butta l’uomo in un degrado spirituale e morale.  Qualcuno ha definito l’uomo d’oggi il nuovo Ulisse che non ha alle spalle nessuna Itaca e, quindi, non sa dove volgere la prua della sua nave per raggiungere la meta. E’ l’uomo smarrito d’oggi che all’esterno ostenta sicurezza e certezza, mentre interiormente è spaesato, stranito, senza bussola morale. Ogni giorno sui giornali e telegiornali si documentano delitti, furti, violenze, decadenza di uno stile di vita dignitoso. E’ tutto perso? Macché!  L’uomo è un piccolo mondo di meraviglie, ha in sé potenzialità per essere vero, umano, intelligente, affettivo. Sono pertanto convinto che la stessa libertà che lo fa decadere, lo può far ascendere verso l’alto: abbruttirsi nell’imbroglio, cupidigia ed egoismo non è il suo destino.