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X un sì alla vita

Evitare il dolore non si può ma parlarne aiuta

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Leggo ogni giorno alcuni quotidiani, riservo un po’ di tempo ai telegiornali. Le notizie che apprendo sono tante, la maggior parte,  pongono problemi, prospettato difficoltà, commentano disgrazie, reati. 

Pessimismo dei giornalisti? 
Macché solo realismo. Le difficoltà esistono, gli insuccessi anche. La crisi economica poi in questo momento sembra essere il vero “mostro” da combattere. In una parola, i problemi ci sono e chi non ne ha si faccia avanti.  Di fronte alle difficoltà e sofferenze l’individuo è influenzato dalla sua personalità, dall'ambiente socioculturale in cui vive, ma soprattutto dalle sue certezze morali e religiose. Usa il proprio capitale umano e spirituale, i valori che possiede per affrontare il dolore e trovare soluzioni per non subirlo. Fa riferimento alle sue esperienze familiari e personali che l'hanno visto vincente in certe difficoltà. S'avvale anche dell'autocontrollo acquisito nell'ambiente formativo, educativo della s famiglia, scuola, oratorio, parrocchia. La persona in possesso di una certa resistenza e volontà, è meno esposta ai crolli e reagisce più facilmente ai colpi di sventura. Un valido contributo al controllo del dolore  proviene dai vissuti difficili, conflittuali, sofferenti. Le prove della vita non si affrontano improvvisamente, esigono una preparazione interiore. Aiuta inoltre a superare la sofferenza la socializzazione della stessa. Sono gli altri a trasmettere alla persona in difficoltà, fiducia, aiuto e a condividere le disgrazie con una parola, un sorriso e una presenza umana. Le persone buone sono presenti in ogni spazio umano, pronte ad accogliere nella loro vita la sofferenza degli altri. In un primo momento, la sofferenza, è un racconto interiore, si tratta di una narrazione rivolta a sé. Successivamente, per non correre il rischio di sprofondare in una forma di comunicazione delirante, i racconti si condividono con altre persone. Raccontare la propria sofferenza, significa depotenziarla, disinnescare gli stati esplosivi di rabbia, rancore. 

Mi sono sempre chiesto: che cosa permette di reagire alle sofferenze, da quelle più gravi a quelle quotidiane? Come mai, due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano diversamente a tali sofferenze? 
Sono alcuni interrogativi impegnativi, sui quali i ricercatori, solo recentemente, si sono soffermati.  Hanno scelto, la parola “resilienza” , un temine che intende esprimere le capacità dell'individuo d'esprimere idee, elasticità, vitalità, energia di fronte alle prove della vita e al dolore. Una  capacità che non si acquisisce, una volta per sempre, ma rappresenta un cammino da percorrere, perché la vita è fatta di prove, dolori e distacchi. Le risorse interne  acquisite, permettono di reagire alle difficoltà, di non trovarsi sprovvisti. Tra queste risorse in grado di dare una risposta al dolore, vanno ricordate: l'attaccamento sicuro ad una figura di riferimento, il contesto affettivo in cui si vive dove si è benvoluti e in grado di riconoscere ed accettare gli aiuti offerti dagli altri. Un valido contributo al controllo del dolore  proviene dai vissuti difficili, conflittuali, sofferenti.  Tali vissuti ci riservano una preparazione interiore, una mente intelligente e resistente. Va poi ricordato, che una condizione che aiuta a superare la sofferenza è la socializzazione della stessa. Le persone che palesano le loro difficoltà  spesso trovano aiuto nelle persone buone  presenti in ogni spazio umano, pronte ad accogliere nella loro vita  chi  soffre. Bisogna però lasciarsi accogliere, farsi voler bene e raccontare il dolore per  depotenziarlo, disinnescare gli stati esplosivi di rabbia, rancore. So che non basta, vogliamo conoscere il perché della sofferenza… Alla prossima riflessione. 

don Chino Pezzoli 
Da “Libero” venerdì 3 aprile 2009