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I nostri figli, come canne al vento?

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Incontro spesso giovani e ragazzi sempre più fragili, perdenti di fronte alle difficoltà, scontenti e pieni di rabbia. Il lavoro non è secondo le loro aspettative, gli amici non vanno mai bene, i genitori sono considerati impreparati a capirli, la compagna o il compagno richiede una selezione continua. Capita sovente che molti figli usciti dalla casa dei genitori, vi rientrino perché non reggono l’autonomia, specie quella economica. Faticano a rompere l’attaccamento ai genitori, a vivere indipendenti con l’impegno di costruirsi una nuova famiglia. Ne consegue che la vita con i genitori può essere motivo di sofferenza, sia perché i genitori non comprendano il malessere interiore dei figli, sia perché i figli vivono come disagio la mancata libertà o autonomia. Purtroppo il problema è stato commentato da diversi opinionisti, sociologi e psicologi in modo riduttivo, come se si trattasse solo dell’effetto di una congiuntura economica sfavorevole. Penso invece che si debba porre l’attenzione sulla debolezza interiore di questi ragazzi, bollati come bambocci. Forse, non si vuole conoscere a fondo il problema “culturale” che fa essere i nostri figli come canne al vento.                                                                                                     

Il culto dell’immagine 
La presenza nel pianeta giovanile c’è un’eccessiva aspirazione a raggiungere, a tutti i costi, il culto dell’immagine. Per voler essere ad ogni costo “visibili”, i ragazzi hanno abbandonato le indicazioni e valori di tutta la tradizione umana e religiosa. La corsa alle apparenze, coltiva grandi aspirazioni, ma nello stesso tempo espone al pericolo di cedimenti psicologici. Il nuovo ideale della visibilità o narcisismo, presente anche in chi adolescente non è più, è motivo di vulnerabilità e mancanza d’identità. Ciò spiega nei ragazzi l’eccesivo bisogno d’appartenere a un gruppo, (sportivo, scolastico, contestativo, trasgressivo) d’identificarsi in esso, quasi che la personalità o identità dello stesso, supplisca all’inesistente identità. Il culto della propria immagine pertanto espone il soggetto alla massificazione o comunque alla dipendenza a “qualcosa” o “qualcuno” per ottenere un riconoscimento 

La fame di riconoscimenti  
Il bisogno di riconoscimento è sempre esistito, ma ora diventa importante e, nello stesso tempo, più incerto che mai. La caccia ai riconoscimenti, palesa l’inconsistenza interiore. Oggi, purtroppo, il riconoscimento espresso ai ragazzi è immediato fatto di approvazioni, di plausi che durano una serata. Il ragazzo vale per quello che fa e non per quello che è. Ne consegue che quanto più un ragazzo aspira ad essere “meraviglioso”, tanto più è dipende dagli altri.  La sua identità, il bene più prezioso, è esposto costantemente al rischio del fallimento, perché l’approvazione degli altri spesso gli viene negata. Si trova quindi a dover accentuare lo sballo per rimediare alla mancanza di valorizzazione. I grandi ideali che hanno accompagnato la crescita di molte generazioni sono venuti meno, lasciando nei ragazzi vuoti incolmabili. Penso al tramonto persino dei grandi racconti dove emergeva: la generosità, la scienza, il progresso, il lavoro, l’azienda, il prestigio sociale, l’impegno politico, la famiglia, la fede. Un suggerimento Necessita che i nostri ragazzi rientrino in se stessi, colgano i tratti veri della personalità, apprezzino le risorse, imparino soffermarsi su ciò che fanno ogni giorno per avere una specie d’inventario della loro piccola storia che non scorre per caso. Ciò potrebbe servire a ridimensionare le esteriorità, il culto delle apparenze e quel irrefrenabile bisogno di avere tutto e subito. Al tramonto delle grandi ideologie, salviamo nella testa dei nostri figli almeno il valore della vita interiore, dell’amore, della solidarietà, dell’ambiente, dell’impegno sociale, della coscienza retta, ma soprattutto il desiderio di Dio, la voglia di cercarlo come speranza e fortezza che non delude.  
Sono significative le parole rivolte a Dio dal poeta Tagore:                                                                                                                              
“Questo fragile vaso continuamente tu vuoti continuamente riempi di una vita sempre nuova”.