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X un sì alla vita

Lettera aperta a Silvio Berlusconi dopo l’affidamento ai Servizi Sociali

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Presidente Berlusconi, se la sua scelta per scontare la pena è per gli anziani, i disabili, merita rilievo e stima. Gli anziani e gli inabili sono le persone più dimenticate, abbandonate. La sua presenza evidenzierà una sofferenza che merita attenzione e rispetto. Dopo aver per più di vent’anni atteso spesso a una politica di carte, di voti, di amici poi divenuti nemici, ora dedicherà alcune ore al contatto umano più vero per lenire la solitudine dell’anziano, di chi nella società non conta, ma che c’è ed è una persona che chiede attenzione, gratitudine. Incontrerà nella casa di riposo alcuni suoi tifosi, ma anche alcuni avversari. In poco tempo la sua presenza, la disponibilità all’ascolto, al dialogo, i tifosi aumenteranno, perché per fare proseliti ciò che conta è il messaggio del cuore. Le servirà questa esperienza, non sarà un obbligo di servizio, ma un servizio-dono, un “ricevere” molto. Io penso che in noi anziani ci sia una precisa consapevolezza del valore della nostra esperienza, di quanto abbiamo appreso dalla vita. Siamo noi anziani a rilevare, le nostre nuove capacità affettive, relazionali, il bisogno d’amare e di essere amati. I sentimenti famigliari uniti ai vissuti affettivi, ci permettono ogni volta di entrare in contatto con le persone da desiderare e amare.  E’ certamente il tempo degli affetti quello della terza età e anche una persona che ha messo nel fare le sue forze, se si ferma nello spazio degli affetti, dà un senso forte alla sua vita.  Spesso ad accentuare il bisogno d’amare nelle persone anziane sono i ricordi che portano con sé i sensi di colpa dell’amore non dato o negato. L’impegno a riservare agli affetti il primo posto è anche il pensiero della morte ai noi anziani sempre più vicina. Il pensiero della morte può conferire all'affettività e all'amore, un'ultima occasione da valorizzare. Mi creda, caro Presidente, una lettura più profonda, della terza età, pone l'individuo in una pesante crisi esistenziale, anche questa, forse più delle precedenti, porta con sé momenti che riattivano conflitti non risolti. Fa capire quanto conti l’amore dato e ricevuto. Questo momento che lo attende le richiede quindi un'altra elaborazione per poter scegliere e individuare nuove direzioni, in altre parole, completare la propria affettività. Nelle età precedenti, un po’ tutti, abbiamo messo al secondo posto gli affetti, l’attenzione agli ultimi.  Giunti all’ultima tappa di questo viaggio, ci si ferma per fare un bilancio consuntivo. Ritorna spesso, in noi anziani, la domanda: “La mia vita che cosa lascia in eredità?”. Questa domanda è presente nel protagonista del romanzo “Groviglio di vipere” dello scrittore francese F. Mauriac.  Luigi, il protagonista del romanzo, è un vecchio ricco e attaccato al denaro, ai beni che l’avevano sempre ossessionato perché erano gli unici strumenti di cui credeva di poter ottenere il rispetto,  l’amore dei figli. Luigi scrive una lettera che occupa quasi l’intero romanzo: è il suo testamento spirituale, la confessione sincera di un vecchio avvocato che ha vissuto in una famiglia nutrita solo di beni, di soldi, attorniato da invidie, rivalità, antipatie, passando la vita a combattere, difendersi.  Nel momento in cui sente di essere alla fine dei suoi giorni, capisce che non ha assolutamente bisogno di tutto ciò che ha. Cerca quindi qualcosa di più: l’affetto, la bontà, l’attenzione verso le persone, i suoi cari, i più poveri.  Insomma, vuole rimediare, trovare una scappatoia obbligata, che motiva in ultimo la sua vita. Credo che il contenuto di questo romanzo serva un po’ a tutti per mettere ordine ai propri vissuti. La persona saggia lo fa. Lo faccia anche lei Presidente. Le ricordo l’affermazione dello scrittore francese Bernanos: “Tutto è grazia!”. Sì, anche questa pena la legga come un’opportunità di arricchimento interiore, come un tempo di crescita, di ricarica affettiva, di bagno nella vasca della povertà umana.  Come prete le assicuro che vale di più scrivere il suo nome nel cuore di questi poveri che su una scheda elettorale.  

 Don Chino Pezzoli