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LE PERIFERIE DELL’ESISTENZA

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Se Giovanni Paolo II chiedeva, più che legittimamente, alla chiesa di essere sempre più casa di comunione per tutti nessuno escluso, per vincere la solitudine, papa Francesco ci chiede di andare, uscire, cercare quanti abitano nelle infinite periferie del mondo e dell'anima per fare comunione con  chi è solo. 

Quante volte ci siamo sentiti dire che la chiesa o è missionaria o non è chiesa. Papa Francesco ribadisce questa verità, precisando, evidentemente con il supporto del Vangelo, che la missione è orientarsi prevalentemente verso le periferie dell'uomo. 

«È necessario uscire da se stessi - ha detto il Papa - e da un modo di vivere  stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l'orizzonte dell'azione creativa di Dio».  

Bellissimo l’invito di papa Francesco a uscire da se stessi e mettersi in viaggio verso l’altro per avere un incontro una comunicazione che spacchi il “silenzio umano” che attanaglia la mente e inaridisce il cuore.  

La solitudine è ovunque, anche se nelle periferie delle nostre grandi città diventa pensante, insopportabile. Mi vengono in mente i versi del poeta Quasimodo. “Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”. Sì, la “sera” il buio dell’isolamento. 

Quanta solitudine!  
La solitudine si avverte quando si entra nei caseggiati delle nostre periferie dove ogni persona sembra dover difendersi dagli altri, spesso sconosciuti, anche se vivono sullo stesso pianerottolo o nella porta accanto.  

Non di meno si coglie l’isolamento quanto si cammina lungo le strade: ognuno è solo, va verso il mezzo di trasporto, il supermercato, senza un cenno di saluto. 

Nelle nostre periferie le persone sono sempre più sole. I giovani con i loro schiamazzi notturni forse vogliono socializzare o meglio massificare; gli adulti parlano con il cane al guinzaglio mentre transitano lungo i marciapiedi; gli anziani scostano le tende delle finestre per seguire con lo sguardo triste il traffico stradale. 

Solo i bambini giocano ai giardinetti insieme e lasciano che le loro voci e sorrisi si espandano come note di gioia. L’estendersi della periferia pone una domanda: è possibile un recupero della dimensione umana e di modalità di vita associata più civili e giuste? 

Il messaggio sorprendente
Il  messaggio sempre sorprendente della chiesa. radicato nella novità evangelica, sta nella forza dell’amore. Benedetto XVI con l’enciclica “Deus caritas est”  mette la chiesa in movimento per vivere la carità, tirandola fuori dagli angusti spazi in cui spesso è  relegata la sua azione di bene. 

Certamente dobbiamo essere grati per quanto si vive nella chiesa da parte di molti testimoni della carità che con disponibilità e generosità, spesso nascosta, rispondono positivamente alle richieste di tanti poveri soli che chiedono una presenza fraterna, un aiuto nella sofferenza.  

C’è pero qualcosa di “istituzionale” che frena i credenti e le persone sensibili a uscire per andare oltre il recinto parrocchiale, andare verso chi vive nei caseggiati delle periferie, per le strade dove la persona non conta e il messaggio evangelico dell’amore non arriva. 

Occorre andare oltre 
Papa Francesco ci chiede di andar oltre, di non essere soltanto chiesa impegnata a rispondere alle domande di chi è con noi, ma di essere chiesa pellegrina che va incontro alle persone dimenticate, agli ultimi che vivono soli ai margini della nostra società.  

Andare verso, come li chiamava Madre Teresa di Calcutta, “i più poveri dei poveri”. È bello ascoltare le parole di papa Francesco che propone la dinamica del cammino verso l’altro.  

Il papa sogna una chiesa leggera, in movimento, meno chiacchierona; una chiesa consapevole che Dio già vive nelle nostre città e ci costringe a uscire e andargli incontro per scoprirlo, per costruire relazioni di vicinanza, per rendere possibile la sua presenza attraverso l’annuncio e  il fermento della sua Parola. 

La speranza dell’uomo saggio 
Nonostante il quadro inquietante che emerge dall'analisi delle grandi trasformazioni planetarie e dal loro impatto sulle singole città e periferie, è necessario un invito a pensare diversamente la periferia, la strada. Infatti, al di là delle miserie del presente rimangono aperti spazi di speranza. 
L’uomo saggio ha lo sguardo, la compassione, la cura del samaritano verso il povero.   

Lo stile del Samaritano   
Il Samaritano “lo vide” Gesù poteva presentare subito il buon esempio del Samaritano, e invece presenta anche quello cattivo dei due uomini che, in ragione del loro compito religioso, avrebbero dovuto essere particolarmente pietosi e pronti nel farsi prossimo. Perché? Nessun ruolo, fa sapere Gesù, è garanzia di una religiosità autentica e di una carità secondo il cuore di Dio, se ciascuno non coinvolge il suo cuore.  Il credente per primo ha sempre bisogno di conversione per essere solidale: anzi, quanto più l’uomo ha la grazia della fede, tanto più deve implorare su di sé la misericordia, la carità e vigilare sulla propria fragilità. 

I due viandanti che precedono il Samaritano vedono, ma girano lo sguardo altrove: succede quando non vogliamo coinvolgerci, quando non vogliamo “perdere” tempo perché abbiamo premura, abbiamo molte cose da fare.   
“Ne ebbe compassione e gli si fece vicino”    
Esiste un vedere insistente che rivela più la curiosità che la partecipazione.  Lo sguardo del Samaritano muove l’anima e gli fa riconoscere nell’altro non uno sconosciuto, ma un uomo come lui sul cammino difficile e insidioso della vita. Apre il cuore alla decisione: quella di condividere la sventura, di entrarci dentro senza timore di sporcarsi, di perdere qualcosa del proprio tempo e della vita. Egli  assume il destino dell’altro. In questo movimento come non vedere il cuore di Dio che si commuove per ogni uomo ferito e senza speranza? Cristo è il cuore di Dio: in Lui la misericordia viene svelata e offerta al mondo. 
“Si prese cura di lui” 

In questa espressione Gesù riassume alcuni gesti che il samaritano compie e che vengono raccontati dal Vangelo: “gli fasciò le ferite versandovi olio e vino…caricatolo sul suo giumento lo portò alla locanda…estrasse due denari e li diede all’albergatore…ciò che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno”.  Veramente il samaritano si prende cura, perché pensa a tutto: non solo al presente, ma anche al futuro.  La vita dell’uomo, infatti, non è circoscritta a pochi momenti, ma dura nel tempo. La carità cerca di guardare lontano. Nel gesto di portare il poveretto alla locanda e di affidarlo alle cure di altri, il samaritano riconosce che non si può fare tutto da soli. Non basta la buona volontà per condividere situazioni difficili e assumerle. Occorre farsi aiutare dagli altri, dalla Comunità.   

Per concludere   
Le opere di carità bisogna farle e farle bene, con cura, affinché l’altro si senta custodito: in questo senso subentra la bellezza con i suoi molteplici linguaggi. L’ambiente, la tavola, i modi, gli abiti,…tutto ciò che il povero incontra deve essere efficiente e puntuale, ma non squallido: la bellezza – fatta di ordine, pulizia, garbo…- nutre quanto il pane. Sentire che qualcuno ha fiducia in noi vuol dire ritrovare il futuro di cui le circostanze ci avevano espropriato, significa raccogliere energie dormienti, far rifiorire il coraggio, la forza di guardare avanti dicendosi: ce la posso fare!  Mounier scriveva: “Io tratto il prossimo come un oggetto quando lo tratto come un assente, un repertorio di dati di cui servirmi (…) quando lo catalogo arbitrariamente, ciò che, ad essere precisi, significa disperare di lui”.