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"Periferie", la tolleranza del male

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Le nostre città
Gli scenari ricorrenti riguardano le periferie cittadine, i casermoni popolari, luoghi in cui i mezzi di informazione  non sono abituati a dare spazio, salvo, quando accade un fattaccio. Solo allora  si sbattono i mostri in prima pagina, con espressioni  comuni, senza indagare nelle pieghe dell'emarginazione e del disagio. Le brutte storie accadono dovunque, lo sappiamo.  Ma nelle periferie delle grandi città  gli scenari sono particolari. Qui c’è pure una forma particolare di criminalità: la criminalità organizzata e la complicità e omertà di molti. L’affare  della droga garantisce introiti miliardari al mercato dell'illegalità, così pure l’assicurarsi gli appalti pubblici, l’usura, il riciclaggio del denaro.  Il quadro del male si completa, se si aggiunge che  nelle periferie s’affollano gli stranieri senza volto che provengono da tutto il mondo, spesso senza un posto per dormire, un pezzo di pane per nutrirsi e con pochi vestiti addosso. 

Quale futuro per le periferie
Povertà, marginalità e frammentazione urbana non sono più confinate alle realtà del sottosviluppo, ma, a causa della crisi, si affermano anche nelle città sviluppate del nord, delineando una serie d’importanti interrogativi sulla tenuta sociale delle città. Il presente in cui vivono molti abitanti delle periferie cittadine rischia di prospettare un futuro peggiore in cui il male passa inosservato, anzi lo si ritiene necessario per sopravvivere. Si pensi alla disoccupazione e a tutti i tentativi messi in atto per assicurarsi il necessario. Si sa chi i poveri e disperati che mancano persino di bibo, possono rimanere impigliati nella rete della delinquenza. Sembrano pertanto poco efficaci le proposte politiche del promuovere occupazione, specie per i giovani, se mancano sempre più le aziende, se lo sviluppo economico si riduce a promesse. Ne consegue che l’emarginazione sociale è in aumento e così pure le forme di vita trasgressive. 

Un’attenzione alle periferie già presente
Non è stato certamente papa Francesco a "scoprire" le periferie del mondo e nemmeno quelle dell'anima. Per grazia le periferie e, soprattutto quanti vi abitano, sono state sempre presenti all'attenzione di tanta parte del popolo di Dio. Non può essere che così se i cristiani trovano nel Vangelo la luce e la direzione verso la quale orientare lo sguardo e attivare l'impegno per interpretare e trasformare il mondo.  Mi sembra di poter dire che il "nuovo" di papa Francesco non sta nel tener frequentemente presente nei suoi appelli le periferie e i poveri che vi abitano. Già più di trenta anni fa i nostri vescovi, o meglio i vescovi di allora, affermavano: «Bisogna, inoltre, esaminare seriamente le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva: dagli anziani agli handicappati, dai tossicodipendenti ai dimessi dalle carceri o dagli ospedali psichiatrici. Interrogandosi poi: Perché cresce ancora la folla di "nuovi poveri"? Perché a una emarginazione clamorosa risponde così poco la società attuale?». Interrogativi seri che, purtroppo, nei decenni successivi hanno attivato, dentro la chiesa, scarsa ricerca per rispondervi. 

Il nuovo invito
Il nuovo di papa Francesco non sta nell'indicare o nell'invito ad esaminare le varie periferie del mondo e dell'esistenza, quanto piuttosto nel contenuto dei verbi che sempre precedono il suo dire circa le periferie e i poveri. In una brevissima e certamente incompleta ricerca li ho individuati così: “uscire ogni giorno e sempre più..., ci spinge ad uscire verso l'incontro...”; “andare a fondo nel cammino..., uscire da sé per andare incontro all'altro...”.  Poi, proprio in questi ultimi giorni: “dobbiamo uscire, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana”. Ricordate bene: “uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per noi”. Questo “uscire”, “andare”, “incontrare l’altro, è un invito evangelico a lasciare le novantanove pecore al sicuro per cercare, avvicinare la pecora smarrita. I sacerdoti, i credenti, le persone di buona volontà sono sollecitati sono chiamati a compiere la missione del bene. Il bene vince il male.                               

LA SOLITUDINE DELLE PERIFERIE   

Se Giovanni Paolo II chiedeva, più che legittimamente, alla chiesa di essere sempre più casa di comunione per tutti nessuno escluso, per vincere la solitudine, papa Francesco ci chiede di andare, uscire, cercare quanti abitano nelle infinite periferie del mondo e dell'anima per fare comunione con  chi è solo.
 
Quante volte ci siamo sentiti dire che la chiesa o è missionaria o non è chiesa. Papa Francesco ribadisce questa verità, precisando, evidentemente con il supporto del Vangelo, che la missione è orientarsi prevalentemente verso le periferie dell'uomo. «È necessario uscire da se stessi - ha detto il Papa - e da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l'orizzonte dell'azione creativa di Dio». Bellissimo l’invito di papa Francesco a uscire da se stessi e mettersi in viaggio verso l’altro per avere un incontro una comunicazione che spacchi il “silenzio umano” che attanaglia la mente e inaridisce il cuore. La solitudine è ovunque, anche se nelle periferie delle nostre grandi città diventa pensante, insopportabile. Mi vengono in mente i versi del poeta Quasimodo. “Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”. Sì, la “sera” il buio dell’isolamento. 

Quanta solitudine!  

La solitudine si avverte quando si entra nei caseggiati  delle nostre periferie  dove ogni persona sembra dover difendersi dagli altri, spesso sconosciuti, anche se vivono sullo stesso pianerottolo o nella porta accanto. Non di meno si coglie l’isolamento quanto si cammina lungo le strade: ognuno è solo, va verso il mezzo di trasporto, il supermercato, senza un cenno di saluto. Nelle nostre periferie  le persone  sono sempre più sole. I giovani con i loro schiamazzi notturni forse vogliono socializzare o meglio massificare, gli adulti parlano con il cane al guinzaglio mentre transitano lungo i marciapiedi, gli anziani scostano le tende delle finestre per seguire con lo sguardo triste il traffico stradale. Solo i bambini giocano ai giardinetti insieme e lasciano che le loro voci e sorrisi si espandano come note di gioia. L’estendersi della periferia pone una domanda: è possibile un recupero della dimensione umana e di modalità di vita associata più civili e giuste?

Il messaggio sorprendente Il  messaggio sempre sorprendente della chiesa. radicato nella novità evangelica, sta nella forza dell’amore. Benedetto XVI con l’enciclica “Deus caritas est”  mette la chiesa in movimento per vivere la carità, tirandola fuori dagli angusti spazi in cui spesso è  relegata la sua azione di bene. Certamente dobbiamo essere grati per quanto si vive nella chiesa da parte di molti testimoni della carità che con disponibilità e generosità, spesso nascosta, rispondono positivamente alle richieste di tanti poveri soli che chiedono una presenza fraterna, un aiuto nella sofferenza. C’è pero qualcosa di “istituzionale” che frena i credenti e le persone sensibili a uscire per andare otre il recinto parrocchiale, andare verso chi vive nei caseggiati delle periferie, dove la persona non conta e il messaggio evangelico dell’amore non arriva.  

Occorre andare oltre 

Papa Francesco ci chiede di andar oltre, di non essere soltanto chiesa impegnata a rispondere alle domande di chi è con noi, ma di essere chiesa pellegrina che va incontro alle persone dimenticate, agli ultimi che vivono soli  ai margini della nostra società.  Andare verso, come li chiamava Madre Teresa di Calcutta, “i più poveri dei poveri”. È bello ascoltare le parole di papa Francesco che  propone la dinamica del cammino verso l’altro. Il papa sogna una chiesa leggera, in movimento, meno chiacchierona; una chiesa consapevole che Dio già vive nelle nostre città e ci costringe  a uscire e andargli incontro per scoprirlo, per costruire relazioni di vicinanza, per rendere possibile la sua presenza attraverso l’annuncio e  il fermento della sua Parola.

E’ qui la speranza
Nonostante il quadro inquietante che emerge dall'analisi delle grandi trasformazioni planetarie e dal loro impatto sulle singole città e periferie, è necessario un invito a pensare diversamente la periferia. Infatti, al di là delle miserie del presente rimangono aperti spazi di speranza.