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Papa Francesco: profeta di un mondo nuovo?

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Mi trovavo in Sardegna nella Comunità “Madre dei Poveri” quando la fumata bianca annunciava l’elezione del nuovo papa. Quel 13 marzo di un anno fa sentii quel nome e cognome del cardinale argentino. Sapevo che faceva parte del collegio cardinalizio, qualcosa su di lui avevo letto. Mai pensavo che quel prelato entrato in vaticano con la borsa in mano fosse eletto papa. La sua età di 75 anni canonicamente prevedeva il collocamento in panchina. Per Giorgio Bergoglio no, egli entrava nel campo della Chiesa, un po’ zoppicante, come titolare per fare la partita più difficile della sua vita. Scelse come nome quello di Francesco un santo amatissimo dai credenti. Un programma? Ora voglio pensare che la scelta di quel nome significasse non solo la povertà del santo d’Assisi e l’umiltà che il santo portava tra le vie dell’Umbria. Papa Francesco, in questo primo anno di pontificato, ha testimoniato a tutti la sua grande sensibilità, una qualità umana di cui l’uomo del nostro tempo ha bisogno. Devo subito rilevare che tale virtù è stata contagiosa tra i credenti e non, poco tra i vescovi, preti, religiosi e religiose. Ogni lettore si chieda il perché. Le virtù dell’animo che oggi vengono maggiormente apprezzate e lodate sono l’intelligenza pratica (anche se disgiunta da una valutazione complessiva dei problemi), la determinazione nel perseguire i propri obiettivi (senza farsi troppi scrupoli), la sicurezza di sé (indipendentemente dall’esatta valutazione del proprio valore), la flessibilità mentale (spinta fino ad accettare i peggiori compromessi), la disinvoltura in qualsiasi circostanza (fino alle forme più discutibili di esibizionismo e narcisismo). La sensibilità è fra le doti ritenute di poco conto nella nostra società. Che cosa se ne può fare della sensibilità il cittadino del terzo millennio, tutto proteso a conquistarsi il proprio spazio sociale, a ritagliarsi la propria fettina di visibilità, di successo (soprattutto economico), di gratificazione esteriore? E ai religiosi e religiose spesso chiusi nel loro bozzolo di falsa perfezione intimistica a che cosa serve questo messaggio del cuore?  Papa Francesco invece non dimentica che la sensibilità è alla base sia della creazione artistica, sia dell’intuizione dei grandi problemi scientifici; e, soprattutto, che la sensibilità costituisce un fattore indispensabile per l’armoniosa convivenza degli individui all’interno della società: perché, una volta spogliato di essa, qualunque gruppo umano finisce per generare continuamente attriti e tensioni che, una volta instaurati, è difficilissimo controllare e disinnescare. La sensibilità è quella dote che spinge l’amico a farsi avanti non appena intuisce l’esistenza di una difficoltà, prima che la persona bisognosa trovi il coraggio di chiamarlo; che risolve amichevolmente i malintesi, prima che degenerino in astiosi e prolungati rancori; che mette gli altri a proprio agio, nelle situazioni in cui si sentono esposti e indifesi; che scioglie in un sorriso tensioni vecchie e nuove, portando una nota gentile di freschezza e leggerezza; che apre gli occhi avanti allo spettacolo incantevole del mondo e sa renderne partecipi anche i cuori più distratti. Papa Francesco sensibile e attento ai disagi e sofferenze umane, riserva ai contatti umani tanta passione. Per quanto esposto papa Francesco ad essere ferito da talune circostanze della vita, possiede una visione del reale così profonda e radicata, così matura e consapevole, da poter elaborare anche gli strumenti per riflettere sulla propria condizione e per dare nuove risposte alle sfide che le vengono incontro, spostandole, al tempo stesso, su un livello sempre più alto e spirituale. La sensibilità, dono umano e divino, gli offre la possibilità di essere immerso di una immensa folla di gente in attesa di un gesto, di un sorriso, anche solo di una presenza che infonde coraggio. Un profeta di un mondo nuovo che propone agli uomini di essere “una cosa sola” come Cristo ha chiesto nell’Ultima Cena? Credo di sì.

Don Chino Pezzoli