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Una mamma uccide tre figlie: curiamo la malattia del vivere

« back Notizie | L'opinione di Don Chino

lecco tragedia tre bambine

Gli esperti della psiche faranno tante ipotesi sul movente che ha portano la mamma albanese Edlira Dobrushi, a uccidere le sue tre figlie Simona di 13 anni, Keisi di 10 e Sidnei di 4. Diranno che il movente va cercato nella solitudine e povertà e angoscia della donna, nella perdita di ogni speranza o in un trauma profondo confusionale improvviso. Cercheranno la risposta più attendibile accompagnata come sempre da un frullato di parole e test sulla mamma pluriomicida. Io mi soffermo davanti a queste tre creature uccise barbaramente e mi chiedo: perché questa mamma (e altre in questi anni) prende in mano un coltello e uccide la vita che ha partorito e fatto crescere? Basta rispondere che si tratta di un attimo di annebbiamento mentale, di un episodio di scompenso grave che stacca la mente dalla realtà?  Dobbiamo chiederci se forse non c’è qualcosa di più pericoloso da analizzare e aggredire con la forza della mente e del cuore. E’ giunto il momento di fermarci ed analizzare seriamente la malattia del vivere che, come un virus, sta infettando molti. La malattia del vivere trova spazio in molte persone che sottovalutano il dono della vita e lo pospongono ai soldi, al lavoro, a una crisi affettiva. «Sono sola. Non mi aiuta nessuno. Non ce la facevo più», avrebbe mormorato la donna ai medici che le prestavano i primi soccorsi. Alcuni opinionisti hanno commentato queste parole, sostenendo che questa danna aveva paura per il futuro suo e delle tre figlie dopo la separazione dal marito; l’incubo della miseria la tormentava. Ma basta la solitudine, la povertà per indurre una madre a impugnare un coltello e assassinare le sue tre creature? Non bisogna forse approfondire un pensiero perverso che sta diffondendosi che vuole sostenere che la vita vale di meno delle sicurezze economiche, del matrimonio, della solitudine?Madre Teresa di Calcutta griderebbe: “La vita è la vita: amala!”.  La vita è il dono personale più grande e prezioso, è il valore assoluto. Su questo dono sono state scritte tantissime regole e libri.
In questo nostro tempo dell’avere, la vita  non vale, si può danneggiare, mettere in pericolo, sopprimere. Non basta a fermare tanta violenza contro la vita i nostri discorsi di circostanza, le esternazioni emotive che durano qualche giorno. Ormai siamo abituati a leggere sui giornali, o sentire in TV, di persone picchiate per strada, famiglie intere massacrate, ragazze violentate, bambini uccisi dai genitori e la cosa più brutta è che questi per noi sono solo numeri, numeri che si sovrappongono e che man mano perdono valore perché sono sempre gli stessi, le stesse situazioni: cambiano le città, i nomi, ma ogni giorno queste violenze si ripetono.                 Insomma,ci siamo abituati a queste tragedie! Quello che più fa male è pensare che in un paese progredito come il nostro, su quel letto matrimoniale una mamma ha adagiato le sue tre figlie uccise quasi fosse una unica bara da ostentare come spiegazione della sua condizione umana difficile. Per favore, di fronte a tanto orrore fermiamoci a riflettere.Qualcuno ha detto che ormai siamo abituati a leggere sui giornali, o sentire in TV, di persone picchiate per strada, famiglie intere massacrate, ragazze violentate e la cosa più brutta è che questi per noi sono solo numeri, numeri che si sovrappongono e che man mano perdono valore perché sono sempre gli stessi, le stesse situazioni: cambiano le città, i nomi, ma ogni giorno queste violenze si ripetono. Guai se ci abituiamo, rassegniamo di fronte a questo potente virus che ha intaccato la vita.La rassegnazione è la colpa più grave dell’uomo del nostro tempo che s’appaga solo di alcune emozioni negative che si esauriscono molto presto. Non c’è una soluzione immediata a questo male, purtroppo, non ci sveglieremo un giorno sapendo che tutto è finito, che siamo liberi dalla violenza contro la vita. Tutti insieme tuttavia di fronte a queste tre sorelline uccise dalla loro mamma dobbiamo rispondere a una domanda: “Io metto la mia vita e quella degli altri al primo posto?”.

Don Chino Pezzoli