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educazione bambini

Educare deriva dal verbo latino ducere, che vuol dire condurre, guidare. Nella fattispecie, la corretta traduzione di educare sarebbe “condurre fuori”.

E ci sembra molto bella, come definizione, quella che parla di qualcuno da guidare, da accompagnare fuori dall’infanzia e verso la vita adulta. Educare non è facile. S’è scritto moltissimo sull’argomento, ma le informazioni sono ancora insufficienti e, soprattutto, note a pochi. La maggioranza dei genitori annaspa, procede per tentativi, spesso destinati alla disillusione. Per questo abbiamo deciso di dedicare alcune pagine fisse a questo bellissimo quanto complesso compito di ogni adulto.

Poco o niente: ecco ciò che i genitori sanno, probabilmente, dei loro figli. La maternità e la paternità non sono precedute da una preparazione che tenga presente il mondo dei piccoli, questo stupendo pianeta indescrivibile dai tratti inediti e meravigliosi. Un bimbo che nasce e cresce accanto agli adulti ha in sé il tocco di tutto l’universo e la bellezza incantevole d’ogni creatura. Nelle famiglie di ieri, il bambino era considerato per i poveri una bocca in più da sfamare, per i ricchi un erede dei beni e dei titoli onorifici. I piccoli che morivano nel primo anno di vita erano molti, ma quei lutti ricorrenti non erano considerati una gran perdita: l’anno seguente già arrivava il sostituto. I genitori faticavano a ricordare anche giorno e anno della loro nascita, tanto era grande la preoccupazione di riempire loro lo stomaco e vestirli. In questi ultimi trent’anni si è verificato un forte cambiamento: i bambini sono considerati persone cui dedicare tempo, attenzione, rispetto. Può sembrare un atteggiamento dovuto: niente affatto. Solo ultimamente il bambino è oggetto di cure e affetto da parte degli adulti. Credo che questo cambiamento di mentalità si debba a una nuova sensibilità promossa e sostenuta da scrittori, film, ma soprattutto da un modo di vivere l’ambiente familiare più umano. Ronald Laing rileva che “ogni bimbo è un essere nuovo, un profeta potenziale, un nuovo principe dello spirito, una nuova favilla di luce caduta nelle tenebre esteriori”. È verissimo: ogni bimbo porta in sé quel tocco divino che attira e modifica i nostri sentimenti, dà profumo all’anima e ringiovanisce il cuore. Spesso siamo incapaci di leggere il potenziale presente in questa piccola vita. Portiamo in noi la paura che quel piccolo essere proiettato verso il futuro si disperda in mille attrattive e passioni devianti dalla meta, dalla maturità e felicità. Siamo incapaci di cogliere il linguaggio del bambino, tanto intimo e diverso dal nostro.

Ecco, le sensazioni che un bimbo ci comunica: è importante conoscerle. Le puoi tratteggiare?

Il bambino può trasmetterci tante cose, basta che ci mettiamo in ascolto e sviluppiamo un rapporto affettivo intenso. La sua crescita impetuosa e stupefacente è sempre un messaggio inedito, che va percepito se vogliamo rompere la monotonia e festeggiare la vita. Per capire le meraviglie di questi piccoli e aiutarli a crescere è necessario uscire dal nostro mondo adulto costituito di raziocinio, di scambi economici, di possesso, di potere e indebite appropriazioni. Occorre essere qualcuno, non avere qualche cosa; conservare la passione per i sentimenti, andare alla ricerca di tutto ciò che sgorga dal profondo dell’anima. Anche l’attenzione al nostro mondo adulto, in un bambino di quattro, cinque anni, è amplissima. Si notano in lui conoscenze inaspettate, acquisite da più parti e tratte dalle innumerevoli fonti con cui viene a contatto e dal suo potere percettivo grande, incontenibile. Fonti rappresentate dai tanti adulti e coetanei che incontra ai giardini mentre gioca, alla scuola materna, nei negozi, al ristorante… Sono informazioni captate ovunque da una mente libera e aperta a ricevere messaggi dalla televisione, dai Dvd, dalle parole, anche dalle vecchie storie, persino dalle vilipese fiabe. L’errore che gli adulti commettono è quello di pensare che un bambino di quattro o cinque anni dica solo banalità o stupidaggini. Quando un adulto e un bambino vivono insieme non esistono l’adulto intelligente, equilibrato e assennato e il bambino sprovveduto e incapace di capire. Ci sono due persone che, indipendentemente dall’età, possono capirsi, comunicarsi cose importanti. Il bambino è una persona a tutti gli effetti: non si corra il rischio di considerarlo inferiore all’adulto o sottoporlo ad angherie e prepotenze.

Si può conoscere questo stupendo mondo dei piccoli per accoglierlo e amarlo?

È difficile conoscere il pianeta infantile: anche dopo parecchi incontri, indagini, osservazioni scientifiche. Molte pagine sono state scritte e le ricerche approfondite non sono mancate in questi ultimi decenni. Eppure resta ancora parecchia strada da percorrere per saperne di più. Una cosa è certa: l’adulto rimane affascinato quando si trova di fronte a quest’opera meravigliosa, ineffabile. Un bambino genera sempre emozioni nuove e sentimenti di tenerezza, di contemplazione.

Osservo a lungo i bambini che s’incontrano nei luoghi più disparati e che giocano, litigano, fanno la pace per poi azzuffarsi ancora. Quelle immagini sanno di freschezza, di primavera. Contemplarli è possibile, conoscerli no. Uno è diverso dall’altro nello sguardo, nei movimenti, negli abbracci, nei capricci. Noi invece siamo pronti ad assimilarli nella fisionomia e carattere al loro padre, alla madre, persino ai nonni. Per noi il bambino assomiglia a tutti, meno che a se stesso. L’adulto incomincia molto presto a livellare l’identità dei piccoli e i loro comportamenti attraverso confronti e accostamenti di convenienza. Dire che un bambino assomiglia tutto al padre, al fratello, o persino a uno zio materno, può far piacere a qualcuno, ma non avvantaggia per niente l’interessato.

 Qualcuno ha detto che il bambino racchiude intenzioni, desideri, emozioni, pensieri e ricordi difficilmente raggiungibili. Che ne pensi?

Il bambino nasconde nel suo mondo interiore diverse potenzialità che solo attraverso il tempo renderà palesi. All’adulto compete entrare nel paesaggio infantile ponendosi alla pari con lui, mettendosi in sintonia con il suo linguaggio, i gesti, gli interessi. Lui così piccolo ha tanto da offrirci, noi grandi non dobbiamo però provocarlo, ma rendere possibile la sua intima rivelazione. Il dialogo inizia con gli sguardi densi di comunicazione, prosegue con i sorrisi, gli abbracci e le carezze. Il corpo del piccolo partecipa al contatto umano con i movimenti delle gambe, delle braccia e delle mani. Gorgoglia alcuni suoni spezzettati che attirano l’adulto e lo fanno gioire. Dopo questi primi messaggi, nasce un meraviglioso dialogo, che con il tempo assumerà forme espressive sempre più complete. Tra un messaggio e l’altro, le pause rafforzano la tenerezza del dialogo e invitano l’adulto a continuare la comunicazione. C’è chi parla di comunicazione magica, unica e completa, quasi che il bambino ne sia in possesso fin dal primo giorno di vita. Si tratta soltanto di un’ipotesi, certo. È sicuro invece che un atteggiamento di condivisione e “devozione” verso il bambino pone l’adulto a contatto con un linguaggio particolare che precede le stesse parole. Il bambino quindi merita tanta attenzione, tanto ascolto, perché non è possibile definirlo, catalogarlo sotto rigidi parametri scientifici o sperimentali.

Come ascoltare il bambino e valorizzare il suo stile di comunicazione, le espressioni, i gesti sempre imprevedibili e nuovi?

Prima di tutto, per ascoltare un bambino occorre tanto tempo. Le sue espressioni, pur ripetitive, hanno sempre in sé qualcosa di nuovo e interessante. Egli verbalizza tutto ciò che vede e gli accade durante la giornata, sovrapponendo gli avvenimenti senza un ordine logico o cronologico. Tutto ciò che racconta fa parte del presente, e le immagini che maggiormente l’hanno tenuto impegnato trovano nell’esposizione maggiore rilievo.

Ecco che cosa racconta Daniele, un bambino di cinque anni: “Io sono Daniele, i miei compagni mi chiamano Dany, mi piace di più. Abito nella mia casa, vicina a quella di Marco, lui ha una sorella di nome Sofia, che piange sempre quando viene alla scuola materna. Nella mia casa, un piano sotto, abitano i miei nonni vecchi, e mia nonna è anche ammalata. Mio padre fa il geometra, misura tutte le case e poi le vende. Io, quando sarò grande, voglio fare il muratore per andare a lavorare con il mio papà”. In queste affermazioni sono presenti diversi aspetti della vita familiare che Daniele ha colto ed espresso molto bene. L’ascolto attento e costante dei bambini ci fa capire come questi piccoli artisti sono capaci di descrivere con poche parole alcuni particolari della loro vita familiare e immaginare i