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Il linguaggio offensivo e triviale

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Il tempo passa e con esso sembra che se ne vada anche il buonsenso che, in passato, ha favorito tra gente, la buona educazione. A che serviva? A fissare i limiti del linguaggio e dei comportamenti, a non compromettere la dignità propria e altrui. Quando passo accanto ad alcuni giovani seduti davanti a un bar con le gambe a penzoloni e la bottiglia di birra in mano, ricevo un insieme di parolacce che anche se non turbano la mia mente ormai avvezza a questi suoni o linguaggi, m’infastidiscono. Mi si dice che è il nuovo linguaggio ormai legittimato dai mezzi di comunicazione. Web riceve e diffonde un insieme di parolacce e termini scurrili con una certa frequenza da assicurare un “impianto” di oscenità mentale nei piccoli e nei grandi. Parolacce, insulti, volgarità rese più mordenti dalle immagini e foto di chi intende personalizzare maggiormente la sua comunicazione. Penso quindi che la volgarità di Beppe Grillo e dei suoi seguaci faccia parte di questa becera mentalità che giustifica tutto in nome di una nuova politica che, a mio parere, se non rispetta le persone si riduce davvero a dittatura. Non dimentichiamo mai che la dittatura della parola ha sempre preceduto quella dei fatti. Ci sono alcune regole nella comunicazione che valgono per tutti, anche per i parlamentari penta stellati. Quali sono? Prima di tutto la regola di comunicare le proprie opinioni senza vilipendere quelle altrui. La persona intelligente sa che la verità non l’ha in tasca, ma che richiede un confronto sereno almeno per intravvederla… Inoltre, l’offesa dell’altro con provocazioni o termini da bettola non è ammessa. L’interscambio esige una costante sensibilità da parte di chi parla e di chi ascolta. Una sensibilità che non permette l’offesa, la calunnia, la riduzione (nel caso della Boldrini), di una donna, a un oggetto da usare. Se questo si verifica e si giustifica pure con una certa spavalderia, è motivo di seria preoccupazione. In termini comuni si chiama promuovere la violenza sulle donne. E’ un imbarbarimento del linguaggio. Su cinque parole pronunciate da alcuni megalomani, due sono termini da bordello. Se questa è la mentalità che deve diffondersi anche con il contributo dei nostri parlamentari, si vada pure avanti con quella millanteria tipica delle persone stolte. La stoltezza può diventare valore in un contesto di permissivismo e di mancanza d’identità. Chi non sa che cosa e come comunicare, ogni espediente viene ritenuto originale, incisivo.  In altre partole, si diventa importanti se si grida, si picchia, s’insulta. Purtroppo questa mentalità trova seguaci e tifosi, a tal punto che i grillini sono ritenuti, spontanei, sinceri. Io ho qualche riserva. Rifiutare alcune regole comuni di relazione approvate dall’umanesimo culturale e religioso e pretendere di prevalere, umiliare, offendere l’avversario politico, è la premessa di un sistema massimalista che non ha bisogno d’anticipazioni dei frutti bacati… Si dice “badiamo alla sostanza e non alla forma”, dimenticando che talora la “forma diventa sostanza”.  Il tema torna alla ribalta per le cicliche ondate di insulti e parolacce che politici e aspiranti tali si scambiano allegramente. A me non dà fastidio il turpiloquio in quanto tale. I termini volgari fanno parte della lingua, anzi le danno colore e la completano con metafore  divertenti. Il problema nasce quando parolacce e insulti non si limitano a completare il lessico, ma lo sostituiscono in toto, abbassando il livello espressivo generale. Accade nella vita pubblica come nelle relazioni private, due ambiti che lo smodato uso dei social network tende pericolosamente a sovrapporre.Il tempo passa e con esso sembra che se ne vada anche il buonsenso che, in passato, ha favorito tra gente, la buona educazione. A che serviva? A fissare i limiti del linguaggio e dei comportamenti, a non compromettere la dignità propria e altrui. Quando passo accanto ad alcuni giovani seduti davanti a un bar con le gambe a penzoloni e la bottiglia di birra in mano, ricevo un insieme di parolacce che anche se non turbano la mia mente ormai avvezza a questi suoni o linguaggi, m’infastidiscono. Mi si dice che è il nuovo linguaggio ormai legittimato dai mezzi di comunicazione. Web riceve e diffonde un insieme di parolacce e termini scurrili con una certa frequenza da assicurare un “impianto” di oscenità mentale nei piccoli e nei grandi. Parolacce, insulti, volgarità rese più mordenti dalle immagini e foto di chi intende personalizzare maggiormente la sua comunicazione. Penso quindi che la volgarità di Beppe Grillo e dei suoi seguaci faccia parte di questa becera mentalità che giustifica tutto in nome di una nuova politica che, a mio parere, se non rispetta le persone si riduce davvero a dittatura. Non dimentichiamo mai che la dittatura della parola ha sempre preceduto quella dei fatti. Ci sono alcune regole nella comunicazione che valgono per tutti, anche per i parlamentari penta stellati. Quali sono? Prima di tutto la regola di comunicare le proprie opinioni senza vilipendere quelle altrui. La persona intelligente sa che la verità non l’ha in tasca, ma che richiede un confronto sereno almeno per intravvederla… Inoltre, l’offesa dell’altro con provocazioni o termini da bettola non è ammessa. L’interscambio esige una costante sensibilità da parte di chi parla e di chi ascolta. Una sensibilità che non permette l’offesa, la calunnia, la riduzione (nel caso della Boldrini), di una donna, a un oggetto da usare. Se questo si verifica e si giustifica pure con una certa spavalderia, è motivo di seria preoccupazione. In termini comuni si chiama promuovere la violenza sulle donne. E’ un imbarbarimento del linguaggio. Su cinque parole pronunciate da alcuni megalomani, due sono termini da bordello. Se questa è la mentalità che deve diffondersi anche con il contributo dei nostri parlamentari, si vada pure avanti con quella millanteria tipica delle persone stolte. La stoltezza può diventare valore in un contesto di permissivismo e di mancanza d’identità. Chi non sa che cosa e come comunicare, ogni espediente viene ritenuto originale, incisivo.  In altre partole, si diventa importanti se si grida, si picchia, s’insulta. Purtroppo questa mentalità trova seguaci e tifosi, a tal punto che i grillini sono ritenuti, spontanei, sinceri. Io ho qualche riserva. Rifiutare alcune regole comuni di relazione approvate dall’umanesimo culturale e religioso e pretendere di prevalere, umiliare, offendere l’avversario politico, è la premessa di un sistema massimalista che non ha bisogno d’anticipazioni dei frutti bacati… Si dice “badiamo alla sostanza e non alla forma”, dimenticando che talora la “forma diventa sostanza”.  Il tema torna alla ribalta per le cicliche ondate di insulti e parolacce che politici e aspiranti tali si scambiano allegramente. A me non dà fastidio il turpiloquio in quanto tale. I termini volgari fanno parte della lingua, anzi le danno colore e la completano con metafore  divertenti. Il problema nasce quando parolacce e insulti non si limitano a completare il lessico, ma lo sostituiscono in toto, abbassando il livello espressivo generale. Accade nella vita pubblica come nelle relazioni private, due ambiti che lo smodato uso dei social network tende pericolosamente a sovrapporre.

Don Chino Pezzoli