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Non c’è spazio

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Non c’è spazio per alzarsi in piedi

I ricorrenti, reclusi nelle case di detenzione di Busto Arsizio e Piacenza, sono costretti a vivere in meno di 3 metri quadrati, uno spazio che i giudici europei hanno considerato inadeguato degradante.

Moltissime celle, denunciano le associazioni che tutelano i diritti dei carcerati, hanno una superficie inferiore ai 7 metri quadrati, che una volta posizionati i letti a castello diventano meno di 2. In questo spazio, che secondo i regolamenti europei non basta per allevare un pollo secondo il metodo biologico, vivono due o tre persone, anche per 20 ore al giorno.

Una condizione, come dicevamo, che non è permessa nemmeno per allevare un animale.
Non ci si stupisce, quindi, della condanna giunta da Strasburgo. Che non è, peraltro, nemmeno la prima: nel 2009, infatti, la Corte riconobbe legittimo il ricorso di un detenuto di Rebibbia.  In quell’occasione lo stato italiano si impegnò solennemente per risolvere l’emergenza infinita: costruzione di nuovi istituti e ampio ricorso alle misure alternative.

Dei primi, ovviamente, non v’è traccia e anche le pene alternative, come diciamo nel prossimo servizio, sono ampiamente disattese. Così come sono disattesi quasi tutti i diritti dei carcerati: quello al lavoro, per esempio, che dovrebbe essere parte integrante della rieducazione del reo.

La domanda è: interessa veramente a qualcuno rieducare chi sbaglia?

O non risulta più comodo chiuderli fra quattro mura e aspettare che abbiano finito di scontare la pena?

Sono ancora le associazioni assistenziali a denunciare la scarsa attenzione del Dap (Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria) per le attività lavorative e collaterali, e non soltanto per mancanza di mezzi e strumenti.