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X un sì alla vita

Il prete portiere che ha scelto di giocare in difesa della vita

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Da ragazzo, quando giocava al calcio al suo paese, più per strada che su campi veri, gli piaceva giocare in porta. Don Chino sapeva bene che in quel ruolo sono più le incomprensioni che le gratitudini. Quando la squadra vince, è merito di chi segna; la sconfitta ha sempre un colpevole sicuro, il portiere. Non importa: a lui piaceva parare, tuffarsi (quando giocava sull’erba), tentare uscite disperate pur di salvare la partita.

Mi piace immaginare Chino come un deltaplano che si distende verso questo o quell’angolo di porte approssimative, questo o quel palo. Sarebbe entrato in seminario, a Venegono, dopo aver contribuito la sua parte a tirar avanti la famiglia. C’era già lì, in quella filigrana, il percorso del giovane, dell’uomo, del prete. Di più: il prete dei disperati, polso e lacrime, mano ferma e tenerezze. Ogni caso irrisolto, un gol sentito come irrimediabile; ogni ragazzo morto, lungo le strade dove la morte si apposta travestita da piacere, una sconfitta senza più possibilità di rivincita.

Il “don” ha deciso di fare il portiere, anzi, come succedeva nei paesi, quando non c’era il numero per fare la squadra, si è improvvisato terzino, mediano, centrocampista e ala. Ha fatto e continua a fare di tutto, a giocare mille partite, presidiando però sempre la porta per respingere ogni attacco dei nemici, quelli che sono contro la vita, i traditori che avvelenano i giovani. E per salvarne il più possibile, ha deciso un passo ancora più coraggioso di quando si sfiancava da una porta all’altra, a tutto campo: don Chino ha nascosto la carta d’identità ed ha buttato via l’orologio. Starà in porta fino a quando le forze terranno, con lo slancio di un esordiente, per salvare il maggior numero di ragazzi nella partita vera della vita contro la droga, che ha maschere mutevoli ed è un killer senza pietà.

La battaglia di questo prete in difesa della vita è lunga trent’anni ed è partita proprio dalla sua terra, da Castione per estendersi alla Lombardia, arrivando fino in Sardegna. Don Chino mi ha confessato nell’intervista densa che forma il suo nuovo libro “Cime di libertà” – con la Presolana come naturale sfondo – i suoi giorni e soprattutto le sue notti, popolate di volti, di domande d’aiuto, di volontà di non lasciare alcunché d’intentato.

La notte del pioniere, figlio di un “coertì” della Valseriana, è illuminata da molte stelle. E lui, sempre alla porta, alza a Dio la stessa preghiera: “Lasciami molti desideri. Fa’ che anche nell’ultimo respiro abbia un oceano di desideri insoddisfatti. Così saprò di aver vissuto”. Quando, una volta all’anno, indossa la maglia nr. 1 e fa l’ingresso in campo, i suoi cinquecento giovani che giocano la partita della vita gli intonano il grazie per averli fatti sentire titolari e mai riserve.

Ma i portieri come don Chino calzano le scarpe con i tacchetti?

Giuseppe Zois